Quello della donazione degli organi e dell’impossibilità di conoscere chi l’ha effettuata è un argomento che le sta molto a cuore per averla interessata in prima persona.
Questo ha spinto Maria Pia Pedalà, che nel lontano 1994 ricevette il fegato del piccolo Nicholas Green, a scrivere una mail a Marco Galbiati, il papà di un ragazzo di 15 anni morto nel gennaio 2017, che da quel momento si batte per modificare una legge per molti ingiusta. Ad oggi infatti in Italia vige l’anonimato tra i familiari dei donatori di organi e i riceventi.

In quel tristemente noto pomeriggio di fine settembre del 1994 l’auto su cui erano in viaggio Nicholas Green e i suoi familiari fu erroneamente scambiata da alcuni rapinatori per quella di un gioielliere. La famiglia Green si stava recando in vacanza in Sicilia, quando all’altezza di Serre, sull’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, venne affiancata dai malintenzionati. Il tentativo di furto si trasformò in un tragico omicidio: il piccolo Nicholas infatti, ricoverato d’urgenza al Policlinico di Messina, morì qualche giorno dopo. I genitori autorizzarono senza tentennamenti l’espianto e la donazione degli organi del figlio: questo splendido gesto di grande umanità consentì di salvare la vita a sette persone.
All’epoca non era ancora attivo il decreto sull’anonimato. La signora Pedalà spiega come “Conoscere la vita del mio donatore mi ha dato una marcia in più”. Ha voluto così mostrare tutto il suo sostegno a Marco Galbiati, che oltre ad aver fondato l’associazione “Il tuo cuore la mia stella”, da tempo si batte per conoscere le persone che hanno ricevuto gli organi del figlio. La sua petizione, presente on line (clicca qui per aderire), ha già raccolto oltre 16.000 firme.
“Sono vicina al suo dolore per la perdita del piccolo Riccardo – scrive la donna – e ancora di più alla sua battaglia e quella di Reg Green che vi vede fortemente motivati affinché venga modificata la legge che espressamente vieta alle parti coinvolte in un trapianto di poter decidere liberamente se poter o meno incontrarsi. Sono convinta che la possibilità di una seconda vita che gente generosa come lei e la famiglia Green ci avete regalato merita di poterci guardare negli occhi e stringerci in un abbraccio che vale più di mille parole”.
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