Le riflessioni del già capogruppo regionale: “L’autonomia differenziata rischia di allargare i divari. La nostra Calabria non può essere lasciata indietro”.
Domenico Bevacqua lo possiamo definire un politico romantico. Di quelli che amano da sempre il confronto con la gente, le riflessioni, quei politici di una volta a cui piaceva dare le risposte in base alle vere esigenze di un territorio. E dopo il successo della presentazione di “Appunti su 10 anni nelle istituzioni” con oltre 300 presenze, il consigliere regionale rilancia il confronto sul futuro del Mezzogiorno, l’uguaglianza dei diritti e il rapporto tra Stato e Regioni. E lo fa con una chiacchierata in esclusiva rilasciata alla nostra testata.
La presentazione del suo libro ha registrato una grande partecipazione, con la presenza di autorevoli esponenti istituzionali e politici e un dibattito che ha superato i confini regionali. Che significato attribuisce a questa risposta?
È stata una serata straordinaria. La partecipazione, l’attenzione del pubblico e la presenza di ospiti autorevoli, espressione di esperienze istituzionali e politiche diverse, hanno confermato quanto siano sentiti i temi che ho voluto affrontare nel libro. Ma soprattutto è stata l’occasione per sviluppare un confronto che considero necessario sul futuro della Calabria e dell’intero Paese. Non mi interessava soltanto presentare un volume che raccoglie dieci anni della mia esperienza nelle istituzioni, ma creare uno spazio di discussione su questioni che incidono direttamente sulla vita delle persone. E credo che il risultato più importante della serata sia stato proprio questo: aver rimesso al centro il tema dei diritti, dell’uguaglianza e della coesione territoriale.
Il tema dell’autonomia differenziata è uno dei punti centrali del libro. Perché ritiene che rappresenti un rischio particolare per la Calabria?
Perché la Calabria parte da condizioni di svantaggio che non possono essere ignorate. Abbiamo ancora differenze profonde nell’accesso alla sanità, nell’offerta scolastica, nei trasporti, nelle infrastrutture e nella qualità dei servizi pubblici. In questo contesto, procedere verso ulteriori forme di differenziazione senza aver prima garantito condizioni effettive di uguaglianza rischia di rendere strutturali le disuguaglianze esistenti. Il problema non è l’autonomia in sé, ma il rischio che diventi uno strumento capace di accentuare le distanze tra territori. Non possiamo immaginare un Paese nel quale i diritti dei cittadini siano condizionati dal luogo in cui vivono. La Calabria non chiede privilegi, chiede pari opportunità e pari dignità.
Lei sostiene che la questione non riguardi soltanto il Mezzogiorno. In che modo l’autonomia differenziata può incidere sull’unità del Paese?
L’unità nazionale non si difende soltanto attraverso i principi, ma garantendo concretamente gli stessi diritti a tutti i cittadini. Se si trasferiscono competenze e risorse senza aver prima affrontato i divari territoriali, si rischia di costruire un sistema nel quale le differenze economiche e sociali si trasformano in differenze permanenti nell’accesso ai servizi. Questo riguarda tutta l’Italia, perché la coesione del Paese è un interesse comune. Non possiamo contrapporre Nord e Sud: dobbiamo costruire un modello istituzionale che valorizzi le autonomie, ma dentro un quadro di solidarietà nazionale. L’autonomia deve avvicinare le istituzioni ai cittadini, non allontanare i cittadini dai loro diritti”.
Quali sono, concretamente, le priorità che la Calabria dovrebbe rivendicare nel confronto con il Governo e con le altre Regioni?
Prima di tutto la garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni, con risorse adeguate e criteri che tengano realmente conto dei bisogni dei territori. Non bastano le enunciazioni normative: occorre verificare che ogni cittadino possa accedere concretamente ai servizi fondamentali. Penso alla sanità, all’istruzione, alla mobilità, all’assistenza sociale e alle infrastrutture.
La Calabria deve avere una strategia chiara e una capacità di interlocuzione forte con il Governo nazionale. Non possiamo limitarci a subire decisioni assunte altrove, ma dobbiamo essere protagonisti del confronto, portando al tavolo istituzionale le esigenze reali delle nostre comunità. La questione fondamentale resta una: prima di qualsiasi ulteriore trasferimento di competenze, bisogna garantire a tutti i cittadini gli stessi diritti e le stesse opportunità.
Nel libro dedica particolare attenzione alle aree interne. Quali politiche servono per contrastare lo spopolamento e restituire prospettive a questi territori?
Le aree interne rappresentano una delle questioni più delicate per il futuro della Calabria. Non possiamo accettare che intere comunità vengano progressivamente private di servizi, opportunità e prospettive, fino a perdere i propri giovani. Bisogna partire da una premessa: queste realtà hanno bisogno innanzitutto di politiche nazionali organiche, precise e mirate, capaci di affrontare le cause strutturali dello spopolamento e del progressivo impoverimento dei territori. Ma questo non significa che la Regione debba rimanere in attesa. Anche a livello regionale si possono e si devono mettere in campo politiche concrete, individuare priorità e concentrare risorse su interventi capaci di produrre risultati.
La mia proposta “Montagna Solidale” nasceva proprio da questa consapevolezza: le aree interne hanno bisogno di un’attenzione specifica, di una strategia e di interventi che riconoscano le loro peculiarità e difficoltà. Non possiamo pensare di risolvere problemi complessi distribuendo risorse in mille rivoli, con il solo obiettivo di accontentare tutti. Occorre invece avere il coraggio di scegliere, individuare pochi interventi strutturali e concentrare su di essi le risorse necessarie, affinché possano produrre cambiamenti effettivi e duraturi.
È un ragionamento che riprendo anche nel libro. Troppo spesso prevalgono logiche particolaristiche, interessi legati al consenso e dinamiche di tipo clientelare, mentre restano sullo sfondo i bisogni reali delle comunità. Governare significa assumersi la responsabilità delle scelte, stabilire le priorità e avere una visione. Le aree interne non hanno bisogno di interventi per distribuire consenso, ma di politiche capaci di restituire loro prospettive, servizi e futuro”. Il registratore si spegne, il politico romantico passa e chiude, ma e’ pronto per una grande ripartenza….

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