Di Anna Maria Ventura
Ci sono quartieri che si abitano, e altri che, con discrezione, finiscono per abitare chi li ha vissuti. Casali, antico rione posto sulle parte orientale della Vecchia Cosenza, lungo la vecchia strada che conduce in Sila, è uno di questi. Un quartiere che un tempo aveva un’identità forte, autonoma, eppure profondamente intrecciata con il tessuto urbano e culturale del centro storico bruzio.
Casali, almeno fino agli anni ’70 del secolo scorso, era un piccolo mondo autosufficiente: le botteghe artigiane, il profumo del pane, che si sprigionava dal forno a legna, i negozi di alimentari, dove si vendeva di tutto dalla pasta al sapone per il bucato, ai quaderni per la scuola, il barbiere con la radio accesa, la sirena del “tannino ”, che scandiva le ore del lavoro degli operai ma anche quelle della giornata della gente del quartiere, accompagnavano la vita quotidiana con una dignità operosa. Ogni casa aveva un odore preciso, ogni portone raccontava una storia. E tuttavia, questo quartiere non era chiuso su se stesso. La sua autonomia era fatta di legami, non di isolamento.

Dalla via principale che lo attraversa — via Casali — si accedeva facilmente al cuore della città vecchia, al dedalo di vicoli e piazze dove si concentravano i principali riferimenti culturali e religiosi della Cosenza storica: il Corso Telesio, asse viario e simbolico della città; Piazza Piccola e Piazzetta San Giovanni, veri crocevia sociali e commerciali; il Duomo di Cosenza, le chiese di San Gaetano e San Francesco di Paola, luoghi di culto ma anche di identità collettiva.
In questo intreccio di spazi e relazioni, la scuola rappresentava più di un’istituzione: era un’opportunità concreta di riscatto. Casali, pur mantenendo la propria fisionomia popolare, guardava alla cultura come via d’uscita, come strumento per allargare gli orizzonti. I bambini e le bambine del quartiere cominciavano il loro percorso educativo nella scuola elementare “Carmela Borelli” in piazza Spirito Santo o, ma le bambine soltanto, dalle Canossiane, per poi proseguire verso le scuole medie e le altre scuole superiori del centro e, alcuni, fino al prestigioso Liceo Classico “Bernardino Telesio”.
La strada che costeggia il vallone di Rovito, percorsa ogni giorno con i libri stretti al petto, diventava così una linea di confine tra due mondi: da un lato la vita minuta e concreta del quartiere, dall’altro il sapere. Per andare al Liceo Telesio, situato oltre il Vallone di Rovito, bisognava salire per corso Telesio o per la ”Delegazione”. Lì, in quelle aule storiche, si formavano menti pronte a costruirsi un futuro altrove. La scuola non era solo istruzione, ma promessa di trasformazione.
Non pochi, infatti, hanno lasciato Casali per seguire strade nuove, nelle città universitarie, quando ancora non era sorta l’Università della Calabria, e poi le strade delle varie professioni, nella parte nuova di Cosenza o in altre parti d’Italia.
Eppure, anche nella distanza, il quartiere continuava a vivere nelle loro memorie, nei modi di pensare, perfino nei silenzi.
Oggi, il quartiere Casali condivide il destino di gran parte della Vecchia Cosenza: lo spopolamento, l’abbandono, la lenta erosione di quella trama umana che lo rendeva vivo. Le botteghe sono quasi tutte chiuse, la via è più silenziosa. I giovani sono altrove, e chi resta vive in una sospensione che alterna nostalgia e resistenza. Le case sono ancora lì, nel vecchio quartiere, anche se molte disabitate, testimoni pazienti di una città che cambia, ma che fatica a rigenerarsi.
Eppure, anche in questa condizione fragile, il quartiere Casali continua a custodire una memoria profonda. La sua identità sopravvive nel ricordo di chi l’ha vissuto, ma anche nelle pietre, nei muri, nei luoghi dove la cultura — quella trasmessa nelle scuole, nei libri, nei gesti quotidiani — ha saputo mettere radici.
Casali non è un passato da rimpiangere, ma una radice che chiede di essere riconosciuta. Un esempio di come il valore della cultura possa affermarsi anche nei contesti meno privilegiati. E un monito, forse, per chi oggi guarda alla rigenerazione urbana come semplice riqualificazione architettonica: perché i luoghi si salvano quando si riconosce il valore delle storie che li abitano. Le pietre possono tornare a splendere, ma se intorno regna il vuoto, resta solo la malinconia del “non più”.
Il problema non è solo fisico, ma civile. Un quartiere sopravvive se si abita, si percorre, si ascolta. Se nelle sue strade tornano i bambini, nei suoi locali i mestieri, nelle sue sale la musica e la parola. È lì che può nascere una nuova consapevolezza.
Casali, come tutta Cosenza Vecchia, può essere una risorsa, un laboratorio permanente di memoria e futuro. Ma servono visione, coraggio e cura. Non per conservare il passato, ma per farlo vivere ancora. Perché un luogo non muore solo per incuria, ma anche quando si dimentica ciò che ha saputo insegnare.
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