Dalla coltivazione dei gelsi alle grandi manifatture, dalle fiere ai circuiti bancari internazionali: un viaggio nella storia di un’industria che, per secoli, ha fatto della Calabria uno dei territori economicamente più dinamici del Mezzogiorno.
Di Anna Maria Ventura
Giovedì 19 novembre, a Palazzo dei Bruzi, la presentazione del volume di Matteo Olivieri, dedicato alla seta come sistema produttivo e commerciale mediterraneo.
La Calabria che produceva, commerciava e finanziava la seta, capace di dialogare con i grandi mercati europei e di occupare un ruolo strategico nell’economia del Regno di Napoli, sarà al centro di un appuntamento culturale in programma giovedì 19 novembre 2026, alle ore 17.30, nella Sala del Consiglio comunale di Palazzo dei Bruzi, a Cosenza.
L’occasione è la presentazione del volume “Seta di Calabria. Storia economica di un’industria mediterranea (XII–XVII)”, scritto da Matteo Olivieri e pubblicato da Bartolina Editoria Digitale ETS, nella collana “Risvegli”.
Un’opera che propone una rilettura approfondita di uno dei capitoli meno conosciuti, ma più significativi, della storia economica regionale.
L’iniziativa è promossa dalla Commissione Cultura della Città di Cosenza, in collaborazione con AlParC Cosenza. Accompagnano l’iniziativa Bartolina Editoria Digitale ETS e BCC Mediocrati,
L’incontro si aprirà con i saluti e gli interventi istituzionali, per poi svilupparsi attraverso contributi dedicati al valore storico, economico e culturale della ricerca.
Ad aprire i lavori e a moderare sarà Mimmo Frammartino, Presidente della Commissione Cultura, Turismo e Spettacolo. Seguiranno i saluti istituzionali di Tania Frisone, Presidente di AlParC Cosenza, e di Federico Bria, Segretario generale della Banca di Credito Cooperativo Mediocrati.
A introdurre la presentazione sarà Anna Maria Ventura, segretaria di AlParC Cosenza. L’intervento di approfondimento è affidato ad Angelina Marcelli, Professoressa associata di Storia economica presso l’Università eCampus di Novedrate (Como), che offrirà il proprio contributo scientifico su un tema di grande interesse per la storia economica del Mezzogiorno.
Alla presentazione sarà presente anche l’autore, Matteo Olivieri, che avrà modo di illustrare il percorso di ricerca e le principali tesi sviluppate nel volume.
Il lavoro di Olivieri si colloca nell’ambito della storia economica, con una particolare attenzione alle dinamiche produttive, finanziarie e commerciali che hanno caratterizzato il Mezzogiorno tra Medioevo ed età moderna.
Matteo Olivieri è un economista, ricercatore, docente universitario e autore, con una formazione accademica e professionale di respiro internazionale.
Nel corso della sua carriera ha maturato esperienze di ricerca e collaborazione con importanti istituzioni accademiche e finanziarie, tra cui la Banca centrale tedesca (Bundesbank), l’Istituto di Economia Mondiale di Kiel, Villa Vigoni e Alleanza Assicurazioni, contribuendo anche alla realizzazione del primo bilancio di sostenibilità della società, premiato da Borsa Italiana.
Ha svolto attività di docenza in Italia e all’estero, insegnando economia, management e marketing presso istituzioni universitarie e scuole di alta formazione in Italia, Germania, Stati Uniti, Repubblica Ceca e Francia. I suoi interessi scientifici spaziano dall’economia internazionale alla responsabilità sociale d’impresa, dalla sostenibilità allo sviluppo economico e alla storia economica.
Attualmente è componente del Laboratorio sulla Responsabilità Sociale d’Impresa della Camera di Commercio di Cosenza, socio della casa editrice Bartolina Editoria Digitale, per la quale dirige la collana Risvegli, dedicata alla rinascita degli studi calabresi, e socio della Società Italiana degli Storici Economici.
Il suo percorso si caratterizza per l’integrazione tra economia, ricerca scientifica, insegnamento universitario e valorizzazione della cultura e della storia economica calabrese, con una significativa proiezione internazionale.
La sua attività di ricerca e divulgazione si è già concentrata sulla ricostruzione di vicende economiche del territorio cosentino, con particolare riferimento alle relazioni tra commercio, istituzioni finanziarie e sviluppo locale.
Nel 2023 ha pubblicato “I banchieri di Cosenza nel Rinascimento. Ascesa e declino delle grandi dinastie finanziarie” (Bartolina, 2023) , un volume che ha riportato l’attenzione su una pagina poco esplorata della storia cosentina: quella di Cosenza come importante centro finanziario del Regno di Napoli tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Seicento.
Attraverso le vicende di sette dinastie bancarie, il libro ricostruisce il ruolo dei banchieri ebrei, delle famiglie provenienti da altre città italiane e degli operatori locali, mostrando come il sistema creditizio cosentino fosse strettamente connesso al commercio della seta e alla fiera della Maddalena. Un mondo economico nel quale mercanti, banchieri, artigiani e intermediari contribuivano a fare della città un punto di riferimento per gli scambi.
Con “Seta di Calabria, Olivieri amplia e approfondisce questa prospettiva, spostando il fuoco dalla finanza alla struttura complessiva dell’industria serica, senza però separare i due ambiti: la seta e il credito sono, infatti, i protagonisti di una medesima storia.
Il punto di partenza del volume è una convinzione precisa: la produzione serica calabrese non può essere interpretata come una semplice attività artigianale o come una forma embrionale di produzione industriale. Tra tardo Medioevo ed età moderna esisteva un sistema economico articolato, dotato di una filiera produttiva completa, di una significativa divisione del lavoro, di competenze tecniche specializzate, di strutture commerciali e di strumenti finanziari.
È questa la tesi centrale attraverso cui Olivieri propone una rilettura della storia economica del Mezzogiorno, mettendo in discussione l’utilizzo generalizzato della categoria di «proto-industria». Il suo approccio, che si confronta con il pensiero di studiosi come Fernand Braudel, John Hicks e Alfred Marshall, punta a riconoscere la complessità dei sistemi produttivi preindustriali e la loro capacità di organizzarsi su scala sovralocale e internazionale.
Il libro, con prefazione di Nicola Paldino, presentazione di Enrico Marchianò e postfazione di Angelina Marcelli, ripercorre un arco temporale molto ampio: dalle prime testimonianze della diffusione dei gelsi, già dall’XI secolo, fino alla crisi del Seicento, quando la seta perde progressivamente il ruolo di motore dell’economia meridionale.
La ricostruzione delle origini della sericoltura calabrese passa attraverso diverse interpretazioni storiche: la tradizione bizantina, con il possibile contributo dei monaci nella diffusione delle tecniche di allevamento del baco; le influenze delle presenze saracene e delle nuove colture; il ruolo dei Normanni e successivamente di Federico II di Svevia, che favorirono la stabilizzazione del territorio e lo sviluppo delle coltivazioni del gelso, cogliendone anche le potenzialità fiscali.
Le fonti documentarie, le cronache e i contratti commerciali restituiscono un quadro nel quale la seta calabrese risulta già nel XIII secolo una merce riconoscibile e apprezzata nei mercati internazionali. Nei rogiti genovesi compare come prodotto distinto, capace di raggiungere quotazioni elevate.
Tra Quattrocento e Seicento la produzione della seta raggiunge in Calabria un livello di organizzazione particolarmente significativo.
La diffusione dei gelseti modifica il paesaggio agricolo, mentre intorno all’allevamento del baco da seta si sviluppano attività di filatura, torcitura, tintura e tessitura. Si consolidano manifatture specializzate, si perfezionano gli strumenti di lavorazione e si affermano tecniche che consentono di ottenere filati competitivi sui mercati italiani ed europei.
Tra gli elementi più interessanti ricostruiti dall’autore vi è la presenza di macchinari e procedimenti specifici, come l’orsoio «alla calavrese», ricordato anche nella trattatistica fiorentina. Un’indicazione significativa della reputazione raggiunta dalle tecniche produttive calabresi e della loro capacità di confrontarsi con quelle delle altre aree manifatturiere.
La qualità della seta dipendeva sia dalle caratteristiche della materia prima che da un insieme di conoscenze agronomiche, biologiche e tecniche: dalla cura dei gelsi alla selezione dei bachi, dalle abilità degli addetti alla filatura e alla torcitura fino alle competenze necessarie per la commercializzazione.
È proprio questa concentrazione di sapere e specializzazione a rappresentare uno degli aspetti più moderni del sistema economico descritto da Olivieri. La seta calabrese era il risultato di una vera economia della conoscenza, nella quale il capitale umano costituiva una risorsa fondamentale.
Un capitolo centrale della ricerca è dedicato al ruolo di Cosenza e delle sue fiere nella costruzione della rete commerciale della seta.
Le fiere cosentine, e in particolare quella della Maddalena, oltre ad essere occasioni di scambio occasionale, diventavano mercati specializzati, capaci di attrarre operatori provenienti da diverse parti d’Italia e dall’estero.
I privilegi fiscali, le franchigie e le esenzioni contribuivano a rendere questi appuntamenti particolarmente attrattivi. Vi si stipulavano contratti commerciali, si definivano prezzi, si effettuavano operazioni di cambio e si organizzavano transazioni che richiedevano strumenti finanziari evoluti.
La seta calabrese entrava così in una rete di relazioni che collegava Cosenza a Genova, Firenze, Venezia, Roma e ad altri importanti centri europei.
Il credito aveva una funzione determinante. I banchieri intervenivano a valle della produzione, finanziando operazioni commerciali già avviate, ma contribuivano anche ad organizzare la filiera, anticipando capitali ai produttori, favorendo la raccolta della materia prima, sostenendo la trasformazione e rendendo possibile la distribuzione sui mercati internazionali.
È uno dei passaggi più importanti dell’interpretazione di Olivieri: il sistema bancario accompagnava l’industria e contribuiva attivamente a crearne le condizioni di sviluppo.
In questo contesto la Calabria si inseriva in una sorta di «via italiana della seta», attraverso la quale la produzione regionale raggiungeva i grandi mercati della penisola e, da questi, le principali destinazioni europee.
La ricostruzione proposta nel volume restituisce alla regione un ruolo economico che la storiografia tradizionale non sempre ha riconosciuto adeguatamente.
Per un lungo periodo la seta rappresentò una delle principali fonti di ricchezza del Regno di Napoli, incidendo significativamente sulle entrate fiscali e sulla bilancia commerciale. La produzione calabrese contribuì in maniera determinante a questo risultato, facendo della regione uno dei territori economicamente più dinamici del Mezzogiorno tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Seicento.
In alcuni periodi, secondo la ricostruzione dell’autore, Cosenza divenne il luogo di riferimento per la determinazione dei prezzi della seta del Regno di Napoli, ruolo successivamente assunto da Monteleone, l’attuale Vibo Valentia.
Questi elementi consentono di superare una rappresentazione della Calabria come territorio storicamente marginale, privo di strutture produttive complesse e destinato prevalentemente alla fornitura di materie prime.
Olivieri mette in discussione anche alcune interpretazioni storiografiche che, parlando genericamente di «sete napoletane», hanno finito per oscurare il contributo specifico della Calabria, oppure hanno ridotto la produzione meridionale alla sola seta grezza, sottovalutando la presenza di lavorazioni e manifatture locali.
La parte conclusiva del volume affronta le ragioni della lunga crisi che investì il comparto serico calabrese.
Il declino viene ricondotto all’intreccio di trasformazioni geopolitiche, decisioni politiche ed economiche, crisi demografiche e cambiamenti tecnologici.
L’espansione ottomana, la caduta di Costantinopoli e di Caffa e la progressiva trasformazione delle rotte commerciali modificarono gli equilibri del Mediterraneo. A queste dinamiche si aggiunsero politiche fiscali e normative che, attraverso monopoli, divieti e restrizioni alla manifattura, finirono per penalizzare la produzione locale.
La peste e lo spopolamento del Seicento ridussero ulteriormente la disponibilità di manodopera e indebolirono la base agricola sulla quale si reggeva l’intera filiera.
Il sistema produttivo perse progressivamente competitività, mentre nuove aree manifatturiere, soprattutto settentrionali, si avvantaggiavano della maggiore vicinanza ai mercati europei e dell’introduzione di dispositivi tecnici più efficienti, come il mangano «alla piemontese».
La Calabria vide così progressivamente disgregarsi quell’organizzazione integrata che per secoli aveva sostenuto la sua economia. La seta cessò di essere il principale motore dello sviluppo regionale e la sua produzione si avviò verso una lunga fase di ridimensionamento.
Il significato del libro va bene oltre la ricostruzione di una stagione economica ormai lontana.
La riflessione di Olivieri investe anche il presente e pone una questione di grande attualità: quali insegnamenti può offrire oggi una storia nella quale la Calabria seppe costruire un sistema produttivo competitivo, fondato sulla specializzazione, sull’organizzazione del lavoro, sulla capacità finanziaria e sulle relazioni commerciali internazionali?
La risposta passa attraverso il recupero di un modello di sviluppo nel quale produzione, conoscenza, credito e istituzioni operavano in maniera integrata.
La storia della seta dimostra che le risorse territoriali, da sole, non bastano a generare ricchezza, occorrono competenze, investimenti, organizzazione, qualità e capacità di costruire reti commerciali. E soprattutto occorrono istituzioni e soggetti finanziari in grado di sostenere le attività produttive e non soltanto di intercettarne i risultati.
Il patrimonio storico legato alla sericoltura può inoltre diventare una risorsa per nuove strategie di valorizzazione culturale, turistica e identitaria, attraverso il recupero dei saperi tradizionali, dei luoghi della produzione e della memoria economica dei territori.
È questo, probabilmente, uno dei messaggi più importanti dell’opera: la Calabria deve guardare certamente al proprio passato come a un patrimonio di testimonianze da conservare, ma, al contempo, anche come a un insieme di esperienze da conoscere e reinterpretare.
La presentazione del 19 novembre a Palazzo dei Bruzi si annuncia dunque come un’occasione per andare oltre la dimensione strettamente editoriale e aprire una riflessione sul rapporto tra storia, identità e prospettive di sviluppo.
Raccontare la seta significa, in definitiva, raccontare una Calabria che seppe essere protagonista dell’economia mediterranea, capace di produrre innovazione, organizzare filiere complesse, mobilitare capitali e competenze e dialogare con i maggiori centri commerciali europei.
Una pagina di storia che merita di essere restituita alla memoria collettiva e che, proprio per questo, può contribuire a ripensare il futuro della città e dell’intera regione.

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