Quindici anni possono passare in fretta ma in realtà sono un’eternità. Era il 2003, chi vi scrive era già maggiorenne, in quella via di mezzo tra l’adolescenza e la maturità, mentre oggi si avvicina inesorabilmente agli anta.
Come è arcinoto risale ad allora l’ultima partecipazione del Cosenza al campionato di serie B, un gradino sotto il posto dei sogni, più volte sfiorato, accarezzato ma mai acciuffato. Non ci si deve meravigliare se nel recente passato i calciofili in tenera età se ne siano infischiati delle sorti dei lupi: se c’è stato un solo bambino che ha pregato il papà di portarlo a vedere Cosenza-Adrano va sicuramente premiato.

Bastava attendere il magico mese dei playoff, in 30 giorni il club bruzio ha riacquistato in un sol colpo una generazione di tifosi, tutti quelli che qualche anno prima non sapevano nemmeno in che categoria fosse sprofondato il Cosenza e ora si sono ritrovati a piangere di gioia sulle gradinate del “Marulla” con la divisa dei lupi addosso e il nome di Tutino sulle spalle. Un replay di quanto successo 30 anni fa, quando il pareggio a reti bianche di Monopoli mandò in estasi una città e una provincia intera.
È grazie alle gesta di Lucchetti, Bergamini, Urban e Padovano se il sottoscritto e molti coetanei sono stati marchiati a vita dallo stampino rossoblu. Ma ritorniamo a quel maledetto 2002/03, la stagione che ha stroncato la passione di molti: 15 anni dopo, sempre il 15 di mezzo, puro caso o un altro scherzo del destino? Un inizio entusiasmante che non lasciava presagire minimamente un epilogo così drammatico, i lupi allenati da Antonio Sala che partono a spron battuto facendo bottino pieno nelle prime due giornate.
Nell’esordio al “S.Vito” cade il Vicenza per 2-1, poi sette giorni dopo l’exploit del “San Paolo” che fa sognare i tifosi: Napoli battuto a domicilio con lo stesso risultato e una doppietta di Stefano Casale. Ma da quel momento in poi inizia un lento declino, segnato irrimediabilmente dall’arresto del patron Pagliuso e da un continuo succedersi di allenatori nel tentativo disperato di recuperare l’irrecuperabile. La retrocessione sul campo è l’anticamera della fine, certificata dalla mancata ammissione al campionato di serie C1.
Cosenza va in letargo, fatica a riprendersi dallo scotto, non vuole rialzarsi, è finito in uno stato di torpore misto ad apatia sentimentale. Ha paura di affezionarsi di nuovo, è tremendamente scettica, come un innamorato tradito dalla fidanzata che ha perso totalmente la fiducia e non vuole cascarci ancora.

Ma si sa, al cuore non si comanda, e allora è un attimo che i 4500 di Cosenza-Trapani si trasformano negli 11 mila di Cosenza-Sambenedettese, nei 20 mila di Cosenza-Südtirol, nei 10 mila della finale Siena-Cosenza, nei non si sa quanti scesi in strada a festeggiare fino a notte fonda, nei tanti, tantissimi che hanno circondato il pullman della squadra in ogni angolo della città e nei 13 mila che hanno accolto gli eroi della promozione sugli spalti del “S.Vito Marulla” nella festa popolare del day after.
Del passato bisogna conservare la memoria, per apprezzare al meglio il luminoso presente. Il futuro può essere dalla parte dei lupi, se i fedeli ritrovati, o meglio folgorati, sulla via dell’Adriatico continueranno a sostenere in massa. Un altro capitolo di storia in serie B è lì che ci aspetta, è tutto da scrivere, non vediamo l’ora di viverlo, di sfogliarlo, parola dopo parola, paragrafo dopo paragrafo.
(Immagine di copertina dell’articolo IlCosenza.it)
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