Banner Conad
Stazione ferroviaria di Paola

Fuga dei cervelli: la Calabria che vede partire i suoi giovani ma non smette di sperare

Di Anna Maria Ventura

Ogni anno, migliaia di giovani calabresi lasciano la loro terra in cerca di opportunità che qui sembrano negate. Un esodo silenzioso, ma profondo, che svuota i borghi e lascia le famiglie divise.

In Calabria, il presente si misura in partenze. Giovani formati nelle università locali, brillanti, motivati, preparati, sono costretti a cercare altrove ciò che qui ancora manca: lavoro, stabilità, riconoscimento. È una ferita che si apre silenziosa ogni anno, una diaspora moderna che svuota i paesi e lacera le famiglie.

I dati parlano chiaro: oltre 180.000 giovani calabresi hanno lasciato la regione negli ultimi 15 anni. Il tessuto produttivo non riesce a trattenerli, le opportunità sono rare, e chi ha un titolo di studio spesso trova più riconoscimento in Germania o a Milano, o in una miriade di altri luoghi, in Italia e all’estero, che a casa propria.

Nel frattempo, i borghi si svuotano. Le scuole chiudono, le piazze si spengono, e le case restano abitate da genitori anziani che vivono sospesi tra orgoglio e malinconia. Orgoglio per i figli che “ce l’hanno fatta”, malinconia per quel vuoto che riempie ogni stanza.

Stazione ferroviaria di Paola
Stazione ferroviaria di Paola

È nelle visite brevi, nei fine settimana, che si consuma il rito più struggente: i genitori che raggiungono i figli “del Nord” con una valigia piena di Calabria: Salumi, olio d’oliva, biscotti fatti in casa, fichi secchi, soppressata. Non è solo cibo: è un modo per colmare la distanza, per dire “noi ci siamo”.

Ma al ritorno, quella stessa valigia è vuota. I genitori rientrano nelle loro case in silenzio, circondati da oggetti che raccontano un passato condiviso e un presente che si è allontanato. Il senso di vuoto è fisico, tangibile. È il silenzio dopo le risate, l’eco dei passi mancanti.

Ma non tutte le partenze sono fughe definitive. C’è chi parte con la speranza di tornare. È questa l’anima più profonda della “restanza”, un concetto chiave elaborato dall’antropologo Vito Teti: non il semplice restare per inerzia, ma il ritorno consapevole, come scelta di vita dopo un’esperienza formativa altrove.

“Le persone tornano quando e se vedono delle opportunità di vita, di lavoro, di socialità, e allora diventa una scelta quella di restare, e tutti dovrebbero avere il diritto di poter scegliere se restare o andare via,” scrive Teti.

È un diritto spesso negato, eppure fondamentale per costruire un Sud che non sia solo luogo di partenza, ma anche di ritorno e rinascita.

Nel pensiero di Teti, “restanza” significa tornare non per nostalgia, ma per generare cambiamento. È un atto rivoluzionario: giovani che, dopo aver acquisito esperienze fuori, scelgono consapevolmente di rientrare nei luoghi abbandonati per riabitarli, trasformarli, rigenerarli. La restanza è dunque un ritorno attivo, creativo, generoso. Non è più una condizione passiva, ma una pratica culturale e civile.

La Regione ha annunciato programmi di rientro dei cervelli e incentivi alle imprese, ma il divario resta ampio. La vera sfida è culturale: trasformare il ritorno in un’opportunità concreta, non in un sacrificio. Creare spazi per l’innovazione, tutelare le piccole comunità, sostenere chi sceglie di rientrare con progetti e reti.

La Calabria oggi è un intreccio di partenze, ritorni sognati, restanze coraggiose. In ogni valigia c’è un filo che unisce chi parte e chi resta. I genitori che tornano da Milano con il cuore gonfio e la casa vuota lo sanno bene: il dolore dell’assenza non si cancella, ma si può trasformare. Se solo ci sarà un futuro che consenta di tornare, non per dovere, ma per scelta.

Se vogliamo davvero invertire la rotta, servono politiche concrete, reti solidali e il coraggio di immaginare un Sud diverso. Ma anche lottare per costruirlo questo Sud, dove restare o tornare sia davvero possibile, dove sia possibile avere accesso ad un lavoro dignitoso, servizi efficienti, connessioni digitali e infrastrutture adeguate, che consentano ad un giovane laureato di mettere a frutto le proprie competenze. Valorizzare chi ci prova, sostenere chi investe in progetti locali, è un modo concreto per costruire comunità più forti. Il cambiamento non arriva da solo: nasce da chi sceglie di agire, anche con piccoli gesti, e di continuare a credere che un futuro diverso, qui, sia ancora possibile.

Condividi questo contenuto