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Giovanni Lefosse

Giovanni Lefosse (Azione Cosenza): la Liberazione e il coraggio di restare al centro

Ogni anno, il 25 aprile torna a ricordarci un momento fondante della nostra storia: la Liberazione dal nazifascismo.

Eppure, a quasi ottant’anni di distanza, questa data continua a dividere più di quanto unisca. Il paradosso è evidente: celebriamo la libertà, ma spesso lo facciamo con spirito di fazione. Da entrambe le parti.

La responsabilità non è solo di una classe politica, troppo spesso selezionata per appartenenza e non per merito. Anche le forze che si definiscono “eredi” delle grandi culture della sinistra novecentesca – socialista e comunista – non sempre si sono distinte per onestà intellettuale o volontà di riconciliazione. Il punto vero, però, è più profondo: l’Italia non ha mai fatto davvero i conti con la propria storia. Non con lucidità, non con libertà di pensiero.

In Germania, dove pure le colpe storiche sono state enormi, la società ha trovato il coraggio di voltare pagina, di affrontare il passato con serietà e responsabilità. Da noi, invece, si continua a strumentalizzare una ricorrenza che dovrebbe essere patrimonio comune. La Resistenza è stata un movimento ampio, pluralista, promosso da giovani di ogni orientamento: comunisti, socialisti, cattolici, liberali e perfino ex fascisti. Perché non dimentichiamolo: il fascismo fu, per anni, un obbligo. E la sua vera natura – illiberale, autoritaria, totalitaria – si è rivelata appieno solo nel tempo.

La libertà è un bene fragile. Quando in uno Stato essa viene compressa, non importa sotto quale simbolo o ideologia si passi da una democrazia a un regime. E il fascismo è stato, senza dubbio, un regime. Totalitario nella sua prima fase, autoritario nella seconda. È bene ricordarlo anche oggi, quando qualcuno si proclama “fascista” con leggerezza, ignorando o fingendo di ignorare cosa significasse davvero vivere sotto quella cappa. Eppure, è proprio grazie al sacrificio di tanti giovani che oggi, persino chi esprime idee nostalgiche, può farlo in libertà.

Allo stesso modo, non possiamo più accettare che certa sinistra si autoassolva per decenni di silenzi. La Resistenza non si può celebrare cantando “Bella ciao” e, al tempo stesso, dimenticando le atrocità consumate dietro la Cortina di Ferro. Troppo spesso si è finto di non vedere Praga, Budapest, i gulag, la fame programmata. Le voci dei dissidenti come Sacharov o, più di recente, il grido soffocato di Alexei Navalny, morto in una prigione siberiana, non possono essere ignorate da chi si professa difensore della libertà. Non è coerente. Non è giusto.

Giovanni Lefosse
Giovanni Lefosse

Essere al centro, oggi, significa riconoscere tutto questo. Significa avere il coraggio di dire che la libertà non ha colore, ma ha memoria. Che non esistono guerre “giuste” quando negano la libertà degli altri. Che la Resistenza italiana è stata un’esperienza unica perché ha unito differenze, non perché le ha negate. E proprio per questo va difesa con onestà, senza retorica, senza ipocrisie.

De Gasperi – uno dei pochi veri statisti della nostra storia – nel dopoguerra, rivolgendosi ai capi partigiani, disse: «Aiutateci a superare lo spirito funesto delle discordie. Si devono lasciar cadere risentimento e odio. Si deve perdonare.» Non era un invito alla rimozione, ma alla ricostruzione. Era l’appello di chi sapeva che la dignità di una nazione non nasce dalla vendetta, ma dalla verità e dalla responsabilità.

Sono questi i veri esempi da offrire ai giovani. Solo approfondendo il pensiero di figure come De Gasperi, Pertini, Gobetti, Einaudi possiamo costruire una democrazia matura. Forse la nostra generazione ha mancato questa occasione. Ma forse, proprio in giornate come questa, possiamo ancora riconoscerci per quello che siamo: italiani, liberi, diversi, ma uniti dalla volontà di restare tali.

Così in una nota Giovanni Lefosse, Segretario Provinciale di Azione.

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