Nell’81° anniversario della Liberazione, l’Italia celebra la fine del nazifascismo mentre le guerre di oggi, dall’Europa al Medio Oriente, ricordano che la libertà non è mai definitiva, ma una pratica viva, complessa e contesa.
Ogni anno, quando arriva il 25 aprile, l’Italia sembra fermarsi per un istante, come se il buio del passato la riavvolgesse, per poi riprendere fiato, ritornare alla luce e assaporare la libertà. È il giorno in cui la memoria smette di essere passato e diventa presente vivo, attraversato da domande, tensioni, speranze.
Il 25 aprile 2026 segna l’81° anniversario della Liberazione dal nazifascismo, quel periodo buio della nostra storia conclusosi simbolicamente con l’insurrezione proclamata dal Comitato di Liberazione Nazionale nel 1945. Ma ridurre questa giornata a una semplice commemorazione sarebbe un errore: ogni anno cambia, si trasforma, riflette il tempo che stiamo vivendo.
In ogni città d’Italia, i cortei attraversano le vie come un fiume che conosce bene il proprio corso ma ogni volta incontra nuovi affluenti. Le bandiere dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia sventolano accanto a striscioni che parlano di pace, di diritti, di resistenza contemporanea. Le voci dei partigiani, sempre meno numerose ma ancora potentissime, si intrecciano con quelle dei giovani, che della guerra non hanno memoria diretta ma ne percepiscono il ritorno nei notiziari e nei social.
A Roma, la giornata si snoderà tra luoghi carichi di storia e di ferite: Fosse Ardeatine, Porta San Paolo, piazze dove la memoria si deposita come polvere e viene ogni anno sollevata dai passi dei cortei.
Quest’anno, però, le celebrazioni istituzionali convivono con manifestazioni più critiche, dove la Liberazione viene riletta alla luce dei conflitti di oggi.
Perché quei conflitti, oggi, caratterizzano il nostro presente. La guerra tra Russia e Ucraina continua a scorrere ai confini dell’Europa, diventata nel tempo una guerra lunga, che rischia di assuefare più che scuotere. Allo stesso modo, il Medio Oriente resta attraversato da una spirale di tensioni e scontri che coinvolgono Israele, Iran e gli Stati Uniti, con ripercussioni globali che si riflettono nel dibattito pubblico europeo, ma anche sull’economia di tutti i paesi del mondo.
Non serve forzare paragoni per sentirne il peso. Basta il fatto che esistano, che entrino nelle conversazioni, nei cortei, nei cartelli. La parola “guerra”, che il 25 aprile di 81 anni fa avrebbe dovuto consegnare alla storia, torna invece a essere cronaca.
Ed è in questo intreccio che la giornata rivela una delle sue anime più complesse. La memoria della Resistenza non resta confinata al passato, ma convive con un presente in cui i confini tra aggressione, difesa, alleanze e responsabilità appaiono sempre più discussi. È certamente un’inversione netta dei ruoli delle potenze, nel quadro geopolitico mondiale, che determina una percezione diffusa di instabilità, di categorie che non bastano più a spiegare il mondo.
Cosi’ emergono sensibilità diverse. C’è chi vede nella Liberazione una chiave universale, da applicare ai conflitti attuali. C’è chi difende l’unicità storica della Resistenza italiana. C’è chi denuncia doppi standard internazionali, e chi teme che accostamenti troppo rapidi finiscano per semplificare ciò che è complesso.
Il risultato non è una voce sola, ma un coro dissonante. Eppure vivo. Per fortuna viviamo ancora in un paese democratico.
E poi c’è la dimensione più intima, meno visibile. Le storie familiari, i racconti tramandati, le fotografie ingiallite. Il nome di un nonno, di una staffetta, di qualcuno che “c’era”. La Liberazione è fatta di migliaia di biografie che si sfiorano e si sovrappongono, come pagine di un libro scritto a più mani.
In fondo, il 25 aprile continua a porre la stessa domanda, con parole sempre nuove: cosa significa oggi essere liberi?
Le campane suonano, le piazze si riempiono, le bandiere si alzano.
E mentre il passato resta saldo nella memoria, il presente, con le sue guerre, le sue fratture, le sue incertezze, si fa inevitabilmente strada.
Perché la libertà, come la storia, non resta mai ferma. Va attraversata. Sempre.
Attraversarla, oggi, significa accettare che non esista più come un punto di arrivo chiaro e definitivo, come poteva apparire nel 1945. Allora la linea sembrava netta: da una parte l’oppressione, dall’altra la liberazione. Oggi quella linea è più sfumata, attraversata da contraddizioni, da interessi, da narrazioni che si sovrappongono.
Attraversare la libertà significa, prima di tutto, riconoscerne la fragilità. Non è un’eredità garantita, non è una conquista irreversibile. Il fatto stesso che nel mondo esistano guerre cruente che destabilizzano l’intero pianeta, ci ricorda che la storia non ha preso una direzione definitiva. Può avanzare, ma anche arretrare.
Ma attraversarla significa anche non accontentarsi di definizioni semplici. Nel tempo della Resistenza, “libertà” voleva dire liberarsi da un regime, da un’occupazione, da una violenza visibile. Oggi include dimensioni più sottili: l’accesso ai diritti, la qualità della democrazia, l’informazione, le disuguaglianze, la possibilità reale di autodeterminarsi. Appare chiaro che, una volta conquistata, va esercitata e difesa.
E questa pratica è inevitabilmente collettiva, ma anche profondamente personale. Non si esaurisce nelle grandi piazze del 25 aprile, né nei discorsi ufficiali. Si misura nelle scelte quotidiane, nel modo in cui si guarda il mondo, nella capacità di restare vigili senza diventare cinici, critici senza diventare indifferenti.
Infine, attraversare la libertà oggi significa convivere con un paradosso: siamo probabilmente più liberi, in molte parti del mondo, di quanto non lo fossero le generazioni della Resistenza. Ma siamo anche più esposti a forme nuove di insicurezza, di manipolazione, di instabilità globale. La libertà non è diminuita: è diventata più complessa.
Per questo il 25 aprile è memoria, ma anche passaggio. Un ponte tra ciò che è stato e ciò che ancora accade. Attraversarlo non conduce a una risposta definitiva, né a una conquista per sempre. Attraversarlo significa restare dentro la storia, accettare che non siamo solo noi a percorrerla, ma che è essa stessa ad attraversarci, a chiamarci, a metterci alla prova. Significa continuare a resistere e a lottare contro ogni violazione dei diritti umani in ogni luogo del mondo, contro ogni forma di violenza e di soprusi, contro ogni forma di prevaricazione esercitata dai potenti della terra, contro ogni guerra, giorno dopo giorno, perché la libertà non si consumi nell’abitudine e non perda il suo significato più vero.

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