Una riflessione sul triste evento accaduto ieri ad Amendolara
di Francesco Pacienza
Ci sono immagini che non hanno bisogno di un obiettivo fotografico per imprimersi nella memoria; si sviluppano da sole, nella mente, con la forza brutale della realtà. Le fiamme che ieri hanno avvolto una monovolume nell’area di servizio di Amendolara, lungo la strada statale 106 Ionica, non hanno soltanto restituito i corpi carbonizzati di alcuni migranti di origine pakistana. Quel fumo denso, acre, che si è alzato nel cielo dell’Alto Jonio cosentino, ha ridotto in cenere anche l’ennesimo castello di carte della retorica buonista sull’accoglienza.
Le prime indagini, che si orientano verso la pista agghiacciante di un regolamento di conti interno alla stessa comunità etnica per la gestione del caporalato, aprono uno squarcio su una verità che troppi preferiscono non vedere. Se l’autopsia e i rilievi confermeranno che queste povere anime sono state arse vive, ci troveremo di fronte a un salto di qualità criminale che lascia sgomenti. Il primo, doveroso sentimento non può che essere il cordoglio: la morte violenta di un essere umano è sempre una sconfitta per la civiltà, e la pietà non ha passaporto. Ma la pietà, da sola, rischia di diventare una forma di complicità se non è accompagnata dalla lucidità dell’analisi.
Come si può, oggi, continuare a parlare di “integrazione” di fronte a simili tragedie? Di quale tessuto sociale parliamo quando intere comunità vivono in una dimensione parallela, invisibile allo Stato ma capillarmente organizzata dalla criminalità?
La verità è che l’immigrazione clandestina e lo sfruttamento nei campi non sono eventi slegati, ma le due facce di una stessa, identica medaglia. Chi entra illegalmente nel nostro Paese, spesso senza permesso di soggiorno, non trova la terra promessa. Trova una terra di nessuno dove l’assenza di diritti formali si traduce immediatamente in una condanna al lavoro nero, sottopagato, nei canali invisibili dell’agroalimentare. Diventano braccia, mani da spremere sotto il sole dell’estate calabrese per pochi euro al giorno, sotto lo scacco costante del ricatto. E il paradosso più feroce è che i primi carnefici sono spesso i loro stessi connazionali, aguzzini integrati nel sistema del caporalato che replicano dinamiche di potere feudali sul nostro territorio.
La tragedia di Amendolara impone di guardare dentro questo cortocircuito. Dobbiamo avere il coraggio intellettuale di separare, con netta chiarezza, il percorso di chi si inserisce nel tessuto sociale e produttivo nel rispetto delle regole, dalla condizione di chi si ritrova in un limbo di totale illegalità. Una distinzione che si fa drammatica quando parliamo di persone che, per la legge italiana, non dovrebbero nemmeno trovarsi sul territorio nazionale.
L’integrazione non è un concetto astratto basato sulla semplice presenza fisica in un luogo; è un patto bilaterale che si fonda sul riconoscimento reciproco delle leggi, dei doveri e dei diritti. Senza questo pilastro, l’inserimento sociale si svuota di significato.
L’Italia, e la Calabria in particolare, non possono permettere che questo accada. Ma soprattutto, non possono permettersi tutto ciò. Non è solo una questione di legalità o di sicurezza pubblica; è una questione di dignità della terra. Permettere che ampi settori dell’economia locale si reggano sulla schiavitù di fatto significa avvelenare le radici stesse dello sviluppo economico e sociale. Significa accettare che la contabilità dei costi di produzione includa la svalutazione della vita umana.
Il dramma di Amendolara dimostra che il buonismo di facciata ha fallito, producendo solo un’ipocrisia strutturale. Gestire i flussi migratori senza un controllo rigoroso della legalità e senza una reale capacità di inserimento non è accoglienza: è la fornitura di manodopera a basso costo per la criminalità organizzata. Fino a quando la politica e la società civile non avranno il coraggio di guardare questo legame incestuoso tra clandestinità e sfruttamento, continueremo a piangere morti nelle stazioni di servizio, illudendoci che il problema sia solo la scintilla che ha appiccato il fuoco, e non il combustibile che noi stessi abbiamo accumulato.

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