Dietro la cura quotidiana ci sono amore, fatica e una solitudine che troppo spesso resta invisibile. Ascoltare quel grido significa assumersi, come comunità, una responsabilità.
Di Anna Morrone
Non è un semplice messaggio privato e non è soltanto l’ennesimo post affidato alla freddezza di una bacheca social.
Nelle parole che si susseguono in queste ore si legge tutto il peso di un dolore difficile persino da raccontare: la fatica quotidiana, la paura, la solitudine, ma anche l’amore profondo verso la propria famiglia.
C’è qualcosa di profondamente autentico nel decidere di rendere pubblico il proprio dramma. Non per cercare compassione, ma perché, a un certo punto, raccontare diventa l’unico modo per dire: guardate che esistiamo, ascoltateci, da soli non ce la facciamo più.
Trovare le parole giuste davanti a situazioni come queste è quasi impossibile. Soprattutto per chi, come me, non vive quotidianamente la disabilità sulla propria pelle.
Possiamo informarci, provare a comprendere, ascoltare. Ma credo sarebbe presuntuoso affermare di conoscere fino in fondo una realtà fatta di sacrifici, rinunce e battaglie silenziose che appartengono innanzitutto a chi le affronta ogni giorno.
Eppure, dopo la tragica vicenda di Luca, Valentina e Bianca e quel disperato messaggio — «Da soli non ce la facciamo più» — qualcosa è accaduto.
Tanti caregiver familiari hanno iniziato a raccontare pubblicamente la propria stanchezza, le proprie difficoltà e soprattutto una parola che ritorna continuamente: solitudine.
Quel grido non può rimanere confinato sui social e non può spegnersi quando l’attenzione mediatica si sposterà inevitabilmente altrove.
Chi si prende cura di chi cura?
Dietro la parola caregiver ci sono persone.
Madri, padri, figli, coniugi, fratelli e sorelle che dedicano una parte enorme della propria esistenza alla cura di qualcuno che amano.
Sono storie caratterizzate da una dedizione straordinaria. Ma proprio per questo dobbiamo avere il coraggio di riconoscere un principio fondamentale: l’amore di una famiglia non può diventare il sostituto di una rete di servizi e tutele.
Non lasciare solo un caregiver significa sostenere anche la persona fragile di cui si prende cura.
Significa permettere, quando le condizioni lo consentono, che una persona possa continuare a vivere nella propria casa, circondata dai propri affetti, senza trasformare questa scelta in un peso insostenibile per chi l’assiste.
Ma significa anche ricostruire una rete sociale intorno al caregiver.
Perché la solitudine non nasce soltanto dalla mancanza di servizi. Può nascere anche quando una comunità smette progressivamente di vedere la fatica degli altri.
Ed è forse proprio qui che dobbiamo interrogarci tutti.
La compassione non basta
Di fronte a tragedie come questa è naturale provare dolore e vicinanza. Ma non può finire lì.
Serve una risposta collettiva che non abbia bisogno di cercare immediatamente qualcuno contro cui puntare il dito, ma che sappia pretendere responsabilità, risposte e servizi concreti dalle istituzioni.
Per questo continuo a considerare importante il lavoro portato avanti da CFU – Caregiver Familiari Uniti e torno a chiedere ai Comuni di conoscere, discutere e valutare le mozioni promosse a sostegno dei caregiver familiari.
Alle istituzioni dobbiamo chiedere che i servizi previsti diventino realmente accessibili e che le tutele non rimangano soltanto parole scritte in un documento.
Ma contemporaneamente dobbiamo fare qualcosa che viene ancora prima delle soluzioni:
ascoltare.
A Castrolibero abbiamo iniziato a farlo
È proprio da questa convinzione che è nato il questionario dedicato ai caregiver di Castrolibero. Non nasce oggi e non nasce sull’onda emotiva di questa tragedia.
È un percorso che avevamo già iniziato perché credo che, prima di formulare proposte, sia necessario conoscere direttamente l’esperienza di chi vive una determinata condizione.
Ad oggi diversi caregiver di Castrolibero hanno scelto di partecipare, raccontando attraverso il questionario una parte della propria esperienza.
Venticinque risposte non autorizzano a parlare a nome di tutti e non rappresentano ancora una fotografia completa del fenomeno.
Ma sono in molti che hanno scelto di non rimanere in silenzio. Ed è proprio per questo che il questionario rimane attivo.
Più persone parteciperanno, più saremo in grado di comprendere quali bisogni ricorrono, quali difficoltà vengono vissute maggiormente e quali domande meritano di essere portate all’attenzione della comunità e delle istituzioni.
Prima che il silenzio diventi definitivo
Non bisogna perdere la speranza.
Ma la speranza, da sola, non può essere la risposta.
Occorre continuare ad ascoltare, costruire reti, pretendere servizi e soprattutto riconoscere che dietro ogni caregiver esiste una persona che, prima ancora di essere forte, ha il diritto di non essere lasciata sola.
Il dolore di questi giorni non può essere cancellato. Possiamo però scegliere cosa farne. Possiamo lasciare che diventi l’ennesima storia che lentamente scompare dalle nostre bacheche.
Oppure possiamo permettere a quel grido di scuotere le nostre coscienze e trasformarlo in attenzione, responsabilità e azione.
Il questionario dedicato ai caregiver di Castrolibero è ancora attivo.
Continuare a raccontare significa continuare a far emergere ciò che troppo spesso rimane invisibile.Andiamo avanti, insieme, prima che il silenzio diventi definitivo

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