Di Anna Maria Ventura
“…Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no…”
Primo Levi scrisse queste parole per consegnare all’umanità un monitor che non ammetteva equivoci: non “disumanizzare”, mai, nessuno. Non ridurre esseri umani a scarti, a oggetti, a “non-persone”. Era un grido che attraversava la storia e si faceva regola morale, bussola civile.
Eppure, oggi, davanti a Gaza devastata, quelle parole sembrano risuonare come una condanna. Perché l’orrore che Levi aveva raccontato per impedirne il ritorno si consuma ora sotto i nostri occhi. E a compierlo è Benjamin Netanyahu e il Governo di Israele con i suoi ministri, che nel nome della sicurezza hanno oltrepassato il confine che separa la legittima difesa dal crimine contro l’umanità.
Il 7 ottobre 2023 ha segnato un nuovo trauma per Israele: un pogrom contro civili ebrei, che ha riaperto ferite mai rimarginate. Ma la risposta che ne è seguita ha attraversato ogni confine morale. Gaza, giorno dopo giorno, è stata privata dell’acqua, del cibo, della luce, delle cure. Ospedali bombardati, case e scuole rase al suolo, moschee e chiese distrutte, tutto ridotto in macerie. Migliaia di uomini, donne e bambini uccisi, centinaia di migliaia ridotti alla fama. Tutto questo ha un nome preciso: “disumanizzazione sistematica” di un intero popolo, che porta all’annientamento.
È proprio ciò che Primo Levi aveva temuto: che l’annientamento non fosse mai un evento irripetibile, ma una possibilità sempre in agguato, pronta a riaffacciarsi, magari travestita da ragioni di sicurezza, da giustizia ferita, da necessità militare. Che persino le vittime di ieri si sono trasformate nei carnefici di oggi.
Ed è qui che la memoria della Shoah viene tradita. Perché il suo valore non sta solo nel ricordare i morti, ma nel fare di quel ricordo un argine morale. Un patrimonio che appartiene a tutto il mondo, ma che era stato affidato in modo particolare al popolo ebraico, chiamato a custodirlo con più responsabilità di chiunque altro. Vederlo oggi dilapidato da una classe politica cieca e crudele è una catastrofe che supera i confini del Medio Oriente: è un crollo di senso universale.
Il paradosso più feroce è che, così facendo, Israele tradisce due volte: tradisce il popolo palestinese, lasciato in balìa della fame e delle bombe. Ma tradisce anche se stesso, consegnando la propria storia al suo opposto, e la memoria della Shoah a un guscio vuoto.
Ma non possiamo fermarci a questa constatazione. C’è un’altra tradizione che pesa: quello dell’Occidente, Europa e Stati Uniti insieme.
L’Europa, nata dalle macerie della guerra e dell’Olocausto, aveva giurato di costruire una civiltà nuova, fondata sui diritti umani, sulla dignità inviolabile della persona. Aveva fatto del “Mai più” la propria religione civile. Oggi, davanti a Gaza, quella promessa vacilla. Non per il silenzio, che sarebbe almeno ammissione di impotenza, ma per l’ipocrisia delle parole vuote: appelli alla pace, inviti alla moderazione, condanne rituali delle violenze. Nessuna azione concreta, nessuna reazione capace di provare a fermare la catastrofe. Parole che tradiscono la memoria più di ogni silenzio.
Gli Stati Uniti, che avrebbero la possibilità sul piano sia economico che politico e diplomatico di fermare la macchina di guerra israeliana, continuano a garantire copertura diplomatica e rifornimenti militari, mentre i governi europei si rifugiano nella prudenza e nella subalternità. È un vuoto che non è neutro. È un vuoto che uccide. È un vuoto che scava nelle coscienze dei popoli dell’Occidente, spettatori di questo teatro di parole senza azione. Possiamo davvero permetterci di lasciarci pietrificare dalla “lenta nevicata dei giorni”? O abbiamo il dovere di alzare la voce, di gridare che il “Mai più” non è negoziabile, non è selettivo, non è relativo? Meno male che la popolazione civile si muove. Proprio lunedì, 22 settembre, in molte città italiane, migliaia di persone sono scese in piazza: studenti, lavoratori, religiosi, cittadini comuni. A Roma, Milano, Torino, Palermo, Cosenza, si sono visti cortei attraversare le strade con cartelli che invocavano la fine dei bombardamenti e il rispetto dei diritti umani. Non era soltanto solidarietà verso il popolo palestinese: era anche la rivendicazione di un principio universale, la difesa di quel “Mai più” che appartiene a tutti. Nello stesso tempo, dal mare arriva un altro segnale di dignità e resistenza civile: la Global Sumud Flotilla, per Gaza, composta da imbarcazioni cariche di aiuti e di volontari che vogliono consegnare cibo, medicine, speranza. È un gesto simbolico e concreto insieme: dimostra che, quando i governi si trincerano nelle parole vuote, i cittadini liberi scelgono l’azione, anche un rischio della propria vita. Iniziative e manifestazioni ancora minoritarie rispetto al vuoto delle istituzioni, ma dimostrare che una parte viva della società non vuole arrendersi all’inerzia.
Perché la questione non riguarda solo Gaza. Riguarda il futuro dell’umanità intera. Se oggi si accetta che uomini e donne vengono ridotti a “cose”, domani nessuno potrà dirsi al sicuro. Se il “Mai più” viene tradito una volta, può esserlo ancora, ovunque.
Per questo le parole di Primo Levi – “Considerate se questo è un uomo” – non riguardano solo i Palestinesi. Riguardano noi. Sono rivolte a noi.
E la risposta che daremo, oggi, deciderà se l’Occidente resterà fedele alla sua storia, o se tradirà se stesso.
Tradire la memoria della Shoah a Gaza significa consegnare il futuro all’orrore che credevamo sepolto.

Vai al contenuto




