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Il miraggio del “Price Cap” e la solitudine del trattore: l’anestesia sociale della provincia di Cosenza

L’analisi del fotografo e reporter Francesco Pacienza: l’indifferenza dei consumatori di fronte alla crisi dei campi e le illusioni dei prezzi calmierati.

di Francesco Pacienza

C’è una scena quasi metaforica che in questi giorni si consuma lungo le arterie della provincia di Cosenza. Da un lato abbiamo i trattori degli agricoltori, blocchi stradali e cartelli alla mano, che protestano per un caro carburanti che sta soffocando la produzione agricola locale; dall’altro, chilometriche code di automobili incolonnate con religiosa pazienza davanti ai distributori che espongono l’agognato cartello del “prezzo calmierato”.

È il trionfo dell’anestesia collettiva, la messa in scena di un paradosso sociologico tutto italiano dove la rassegnazione si traveste da affare e l’indifferenza spadroneggia.

La spaccatura tra il mondo agricolo e la cittadinanza è netta, quasi grottesca. Da mesi il comparto agricolo cosentino e calabrese lancia allarmi sul costo del gasolio agricolo e sulle spese insostenibili di gestione. Eppure, il consumatore medio osserva i blocchi dei trattori con un misto di fastidio per il traffico bloccato e distacco emotivo.

Lo stesso cittadino che ogni sera si indigna davanti allo scontrino del supermercato – imprecando per il costo dei pomodori o delle melanzane e zucchine volati alle stelle – non riesce a collegare i due punti della linea: se l’agricoltore paga il carburante a peso d’oro per arare, seminare e raccogliere, quell’aumento finisce inevitabilmente per scaricarsi sul prezzo al chilogrammo nei banchi del fresco. Un corto circuito logico in cui ci si lamenta dell’effetto, ma si sberleffa chi protesta contro la causa.

La frammentazione non riguarda solo la società civile, ma investe gli stessi settori produttivi. In un territorio come quello calabrese, dove la logistica su gomma è la spina dorsale della distribuzione, ci si aspetterebbe un fronte unico e compatto tra agricoltura e autotrasporto.

Invece, autotrasportatori e agricoltori sembrano viaggiare su binari paralleli destinati a non incrociarsi mai. Ognuno tratta per sé, ognuno rincorre il proprio piccolo ristoro o il credito d’imposta di turno, mentre la spesa energetica complessiva continua a drenare risorse dall’economia reale per trasferirle nei bilanci delle multinazionali del settore.

L’aspetto sociologicamente più deprimente è la reazione della massa di fronte alla misura del price cap. Vedere centinaia di automobilisti fare la fila per minuti e minuti pur di risparmiare una manciata di centesimi al litro su un carburante fissato attorno a due euro rende benissimo l’idea dell’assuefazione collettiva.

Ci si dimentica con disarmante facilità che soltanto pochi anni fa, con le quotazioni del greggio sul mercato internazionale (Brent) persino più alte di quelle attuali, il prezzo della benzina alla pompa era decisamente inferiore. Oggi ci si incolonna festosi per un prezzo “calmierato” che, in realtà, fino a poco tempo fa sarebbe stato considerato da sommossa popolare. L’asticella della tolleranza si è alzata a colpi di assuefazione condizionata: ti alzo il prezzo a 2.30 €, te lo “blocco” a 1.99 € e tu mi ringrazi pure per la gentilezza.

Eppure la memoria storica è brevissima. Basta tornare indietro alle settimane del lockdown durante l’emergenza Covid per ricordare una legge economica fondamentale: quando la domanda crolla vertiginosamente, i prezzi dei carburanti crollano di conseguenza. Nel 2020 le quotazioni del petrolio arrivarono persino in territorio negativo e la benzina toccò minimi storici semplicemente perché le auto stavano ferme nei garage.

Non sottostare ai diktat e agli oligopoli dei colossi degli idrocarburi sarebbe del tutto possibile, a patto di esprimere una risposta coesa e consapevole. Ma l’idea di una riduzione consapevole dei consumi o di un boicottaggio coordinato appare ormai come pura utopia fantascientifica.

Decimo Giunio Giovenale, due millenni fa, aveva già capito tutto. Il vecchio adagio del Panem et circenses rimane il ritratto fedele del cittadino medio: la soglia dell’indignazione collettiva non si attiva per il carovita, per lo spopolamento dei borghi o per la distruzione del tessuto agricolo locale, ma si accende istantaneamente se la squadra del cuore sbaglia un rigore al novantesimo o manca l’acquisto del bomber di grido al calciomercato.

In questo quadro di desolazione sociale, brilla per la sua quasi totale assenza il ruolo delle organizzazioni di categoria. Dove sono i grandi sindacati agricoli e le sigle di rappresentanza mentre i produttori scendono in strada in modo spontaneo? Molto spesso arroccate in un silenzio istituzionale o impegnate in un balletto di comunicati felpati, le associazioni sembrano aver smarrito la capacità di fare da cassa di risonanza per le istanze del territorio, lasciando gli agricoltori soli con i propri trattori a difendere un lavoro che sfama tutti, anche chi passa accanto in fila al distributore senza nemmeno alzare lo sguardo.

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