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Incontri Silani 2026: a Camigliatello il successo della poesia di Umile Francesco Peluso

La XVII edizione della rassegna conferma la sua vocazione all’incontro. Il 23 agosto, all’Hotel Tasso, presentato “Dolci versi io cercavo ancora nei miei pensieri”, il volume che restituisce la voce poetica dell’uomo delle istituzioni e del poeta calabrese

Di Anna Maria Ventura

  La Sila è certamente un luogo, dove la cultura sembra trovare una dimensione naturale.

E Camigliatello Silano, ancora una volta, ha dimostrato di poter essere  luogo privilegiato  per la riflessione, l’incontro e la memoria.

È quanto è accaduto con la XVII edizione degli “Incontri Silani – Letture in Alta Quota”, che,  anche quest’anno ha portato nel cuore della Sila libri, autori, studiosi e lettori, confermando la vitalità di una manifestazione ormai radicata nel panorama culturale calabrese.

Un percorso articolato, con numerosi appuntamenti dedicati alla letteratura, alla storia, alla memoria e alla contemporaneità, nel quale il libro diventa occasione di dialogo e il dialogo, a sua volta, diventa comunità.

Tra gli incontri più significativi di questa edizione, quello del 23 agosto, dedicato a Umile Francesco Peluso e alla sua raccolta poetica “Dolci versi io cercavo ancora nei miei pensieri”, ha rappresentato un momento particolarmente intenso.

La sala conferenze dell’Hotel Tasso ha accolto la presentazione del volume pubblicato da Doxa Editrice, una raccolta poetica accompagnata dal saggio critico di Antonio D’Elia, che è stato anche curatore del volume.

A dialogare sul libro sono stati Erminia Barca, scrittrice, e Myriam Peluso, titolare della Galleria d’Arte Le Muse di Cosenza e figlia del poeta. A introdurre e moderare l’incontro Edoardo Zumpano, editore e scrittore.

Di grande rilievo culturale  la presenza di Antonio D’Elia, che con il suo contributo critico ha accompagnato la pubblicazione e ha offerto una lettura dell’opera capace di collocare la poesia di Peluso dentro un più ampio orizzonte culturale.

La fotografia della serata restituisce un’immagine semplice ma significativa: i protagonisti dell’incontro insieme, con il libro tra le mani.

È una fotografia che racconta, in qualche modo, ciò che gli Incontri Silani cercano di fare da anni: mettere in relazione le persone attraverso la cultura e fare del libro non un oggetto da presentare, ma una voce da ascoltare.

Il successo dell’appuntamento del 23 agosto conferma la bontà di questa formula.

Non ho partecipato personalmente alla serata del 23 agosto. E’ stata Myriam Peluso a chiedermi di scrivere un contributo, dal momento che avevo letto e recensito il libro,e, proprio per questo, non intendo trasformare questo articolo in una cronaca diretta dell’incontro.

Posso però parlare di quel momento attraverso la conoscenza del volume e attraverso la riflessione che la sua pubblicazione ha suscitato.

Ed è proprio la lettura di “Dolci versi io cercavo ancora nei miei pensieri” a rendere evidente quanto fosse naturale la presenza di Umile Francesco Peluso all’interno di una manifestazione come gli Incontri Silani.

Peluso è stato senatore, uomo delle istituzioni, protagonista della vita pubblica e culturale calabrese. Ma nelle pagine di questo volume emerge soprattutto il poeta.

Una figura forse meno conosciuta al grande pubblico, ma sorprendente per la sincerità della sua voce e per la capacità di trasformare esperienza, memoria e sentimento in parola poetica.

È una poesia che non teme la solennità e che conserva una limpidezza quasi antica, senza per questo risultare lontana dal presente.

Amore, guerra, giovinezza, spiritualità, memoria e rinascita attraversano le pagine della raccolta, componendo quella che si potrebbe definire una vera geografia sentimentale e morale.

Già nella poesia introduttiva, “Dedica”, Peluso sembra cercare nel tempo ciò che il tempo stesso rischia di portare via.

I “dolci versi” diventano frammenti dell’infanzia, della prima emozione amorosa, di uno sguardo capace di accendere la vita.

Ma la memoria individuale si incrina quando irrompe la guerra.

La violenza diventa offesa all’innocenza e il poeta raccoglie idealmente i propri versi come un mannello, affidandoli a una memoria più grande di quella individuale. Il richiamo ad Agar e Ismaele nel deserto introduce una dimensione biblica e universale.

La poesia, allora, diventa pietà, memoria, resistenza al male.

È uno dei passaggi nei quali si comprende meglio la natura della scrittura di Peluso: il verso cerca una forma per attraversare la realtà, senza fuggirla.

Nella poesia di Peluso si possono percepire echi della grande tradizione.

La memoria biblica richiama la capacità ungarettiana di condensare la storia in un’immagine; la nostalgia composta può avvicinarsi a Cardarelli; la riflessione sulla guerra si colloca nel solco della grande poesia civile del Novecento.

E ancora, nella purezza dello sguardo, si possono cogliere echi lontani di Saffo, Catullo e Virgilio.

Ma Peluso attraversa questi mondi e li fa propri senza imitarli.

La tradizione diventa così una misura, un patrimonio attraverso il quale il poeta costruisce una voce riconoscibile e integra.

Particolarmente sorprendente è il Peluso poeta dell’amore.

In “Annus Mirabilis Nonagesimus Vitae meae” troviamo un uomo novantenne ancora capace di stupore.

La donna è musa, presenza salvifica, strumento di elevazione. L’amore diventa un “desio” che porta con sé la tensione dell’amore dantesco e platonico, ma anche la leggerezza di una poesia che sa ancora meravigliarsi.

In “Sublimità celeste” la musicalità del verso diventa protagonista:

“L’anima mia anela,

felicità che inciela

nostro corpo mortal”.

È una poesia nella quale la donna-Rosa diventa balsamo, paradiso, ristoro.

Ma è soprattutto “Resurrezione” a rivelare il cuore più intimo della raccolta.

Peluso confessa di avere perduto la poesia, sepolta sotto “inverni perenni”.

È un’immagine potente, perché può essere letta anche come metafora del peso del tempo, degli impegni, della vita pubblica, delle responsabilità che talvolta finiscono per soffocare la voce più autentica dell’uomo.

Poi, però, qualcosa si riaccende.

Gli occhi della donna, quei “Soli di Giovinezza”, restituiscono al poeta la parola perduta.

L’amore diventa così una vera resurrezione.

In questo percorso assume un’importanza particolare il saggio critico di Antonio D’Elia, Presidente dell’Accademia Cosentina e della Biblioteca Civica.

Il suo lavoro  illumina le linee fondamentali del volume e contribuisce a restituire l’immagine autentica di Peluso.

Un uomo per il quale la parola era sia espressione estetica, che atto morale, luogo della memoria, forma di dedizione alla vita.

D’Elia individua nella poesia di Peluso la continuità con la tradizione classica e mostra come l’autore abbia saputo trasformare la propria esperienza storica, affettiva e civile in un canto capace di aspirare all’universale.

È proprio questa lettura a sottrarre Peluso al rischio di una memoria semplicemente commemorativa.

Perché Peluso non deve essere ricordato soltanto per ciò che è stato.

Deve essere letto per ciò che ancora può dire.

In questo processo la figura di Myriam Peluso assume un valore particolare.

Attraverso la sua attività culturale e artistica, la memoria del padre continua a essere custodita e, nello stesso tempo, restituita alla comunità.

Non soltanto un’eredità familiare, dunque, ma un’eredità culturale.

Il passaggio è importante: custodire significa conservare, ma restituire significa permettere che quella memoria torni a vivere nel rapporto con gli altri.

Ed è ciò che accade quando un libro viene presentato, discusso e letto.

La memoria smette di essere soltanto passato e diventa presenza.

È qui che si comprende anche il significato più profondo degli Incontri Silani.

La rassegna costruisce uno spazio nel quale la cultura può diventare relazione.

Camigliatello, per alcune settimane, si trasforma così in una sorta di agorà culturale della Sila.

Scrittori, lettori, editori e studiosi si incontrano. Le esperienze si confrontano. La storia dialoga con il presente. La memoria diventa materia viva.

E il pubblico è parte dell’incontro.

Il successo della XVII edizione conferma, ancora una volta, quanto sia importante mantenere aperti questi luoghi di confronto, soprattutto in un tempo nel quale la velocità della comunicazione rischia spesso di sacrificare la profondità dell’ascolto.

La presentazione di “Dolci versi io cercavo ancora nei miei pensieri”

ha riportato l’attenzione su un uomo importante della storia politica e culturale calabrese, ed ha permesso di riscoprire la sua voce più intima: quella del poeta.

La poesia autentica, del resto, non ha bisogno della presenza fisica dell’autore per continuare a vivere.

Vive quando viene letta e

 quando un verso riesce, a distanza di anni, a incontrare la sensibilità di un nuovo lettore.

È questo il lascito più prezioso di Umile Francesco Peluso.

E forse è anche questo uno dei significati più belli degli Incontri Silani: creare le condizioni perché una voce possa tornare a farsi ascoltare.

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