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Il protocollo Di Bella ci riguarda tutti

Insegnare la libertà: perché il protocollo Di Bella ci riguarda tutti

Dalla visione di Roberto Di Bella a legge dello Stato: l’affido e la protezione delle madri come armi concrete per spezzare l’eredità criminale.

Di Anna Morrone

Come insegnanti oggi siamo chiamati, prima che ad istruire, ad educare. Gli anni di esperienza mi stanno insegnando che le generazioni cambiano e noi dobbiamo farlo con loro, se vogliamo continuare a fare bene il nostro lavoro.

E’ così che ho conosciuto il libro del magistrato Roberto Di Bella, “Liberi di scegliere”. In una classe in cui, com’è ordinaria amministrazione, gli adolescenti alla ricerca di sé stessi si trovano a frequentare gruppi diversi, nasce il desiderio di essere riconosciuti e di sentirsi inclusi. Negli ultimi anni si sentono nominare gruppi come i Maranza o altri. Negli anni ’80/’90 c’erano i paninari o i
Dark: a seconda dello stile di abbigliamento, oggi come allora ci si caratterizza anche per un comportamento o un modo di parlare specifico.

Ma c’è un fatto che oggi come ieri si ripete: numerosi telefilm o film che tendono a rendere idoli dei ragazzi che idoli non sono, ma che in realtà appartengono a categorie a rischio. Sono giovani che hanno avuto il destino di nascere in contesti familiari complicati e che non hanno avuto le giuste opportunità; un esempio è la serie TV “Mare fuori”.

Così un anno, in sintonia con il consiglio di classe, decisi di dedicare un’ora a settimana alla lettura del libro del Magistrato Di Bella. Questo ci consentì di rendere reali episodi di vita che sono drammatici e non eroici, evitando una versione romanzata della realtà come spesso la TV può fare. L’intento era quello di far comprendere che non c’è niente da imitare, semmai da ritenersi fortunati di essere nati in famiglie capaci di offrire le giuste e sane occasioni per crescere sereni e lontani da contesti da cui può essere difficile uscire.

Consigliai la lettura del libro che descrive il protocollo Di Bella, che oggi in Italia è legge, per capire da dove nasce e per conoscere le storie drammatiche che hanno suscitato riflessioni profonde nel Magistrato. È stato un pioniere a cui molti ragazzi e madri oggi possono dire grazie. Ho avuto la possibilità di incontrare persone e associazioni che hanno contribuito a liberare numerosi ragazzi per mezzo dell’affido familiare. Ragazzi che oggi hanno una concreta possibilità di futuro, proprio perché è stata data loro il vantaggio di scegliere una vita diversa di cui altrimenti non avrebbero neanche immaginato l’esistenza.

Attivare il protocollo Di Bella e renderlo legge significa dare priorità e spazio all’affido familiare rispetto all’istituzionalizzazione. Rispetto alle strutture comunitarie (che pure svolgono un ruolo importante), la famiglia affidataria offre al minore una quotidianità “normale”, attenta ai suoi specifici bisogni affettivi ed emotivi, fondamentale per rielaborare i traumi del passato. La famiglia affidataria offre un ambiente caldo e personalizzato, capace di riparare le ferite emotive e di mostrare nei fatti un modello di relazioni sano, fondato sul rispetto e sul bene disinteressato, ben diverso dal ricatto affettivo e dall’obbedienza cieca tipici dei contesti mafiosi. Credo fortemente che
chiunque, persino chi devia dalla legalità, abbia il diritto a una seconda opportunità di reinserimento nella società: figuriamoci dei ragazzi che non sono ancora del tutto consapevoli né responsabili delle scelte in cui sono stati trascinati.

Inoltre, l’affido — garantendo la necessaria riservatezza e spesso un prezioso distacco geografico dal territorio d’origine — permette al ragazzo di costruirsi una nuova quotidianità fatta di scuola, sport e amicizie sane, al riparo da pressioni e ritorsioni. In questo modo, l’affido non è soltanto uno strumento di tutela, ma diventa un atto di alta cittadinanza attiva: è la società civile che si fa carico del futuro di questi giovani, dimostrando che c’è un’alternativa concreta.

La legge “Liberi di scegliere”, che trasforma la prassi giudiziaria in una norma dello Stato per tutto il territorio nazionale, nasce da una proposta fortemente bipartisan coordinata e sostenuta in maniera trasversale. Un percorso che ha visto in prima linea parlamentari di schieramenti diversi — tra cui la presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo (Fratelli d’Italia), insieme a esponenti e firmatari di opposizione e maggioranza come Debora Serracchiani (Partito Democratico), Federico Cafiero De Raho e Valentina D’Orso (Movimento 5 Stelle) e
Simonetta Matone (Lega) — trovando infine la convergenza di tutte le forze politiche e un voto unanime in Parlamento. Questo ha un immenso valore, innanzitutto perché mostra che i nostri politici, se mettono da parte le fazioni e i pregiudizi di bandiera, sanno dare importanza a valori universali e dare seguito a soluzioni vantaggiose per il bene comune.

È importante entrando nello specifico della legge perché tutela la categoria più debole: chi non può scegliere ma è costretto ad accettare un destino già scritto solo perché non sa neanche dell’esistenza di un altro modo di vivere. Tutela le donne che vogliono allontanarsi da quel contesto e non possono farlo proprio per non lasciare i loro figli; molte sono quelle che, pur di rivederli, sono morte o scomparse per sempre, e di alcune non si è trovato neanche più il corpo per poterlo seppellire e piangere. Oggi la legge garantisce a queste madri una rete di protezione concreta e protetta: offre loro il trasferimento in località sicure fuori dai territori controllati dai clan, la possibilità di beneficiare di documenti di copertura o del cambio delle generalità, sostegno economico, un alloggio, assistenza legale e psicologica, insieme a percorsi dedicati alla formazione e al reinserimento lavorativo.

Per la prima volta, lo Stato dice a queste donne che non sono sole e che possono spezzare le catene della violenza e del silenzio senza dover rinunciare ai propri figli, trasformando la paura in una vera strada di libertà e autonomia per sé e per la propria famiglia.
Togliere i figli significa indebolire un sistema che si tramanda e si fonda proprio sull’appartenenza a quella famiglia. È l’origine della mafia stessa, che nasce dall’appartenenza a un clan nel rispetto sacrosanto del familismo amorale.

Le cose si cambiano nel tempo e soprattutto con i processi che vanno ad avere una valenza pedagogica ed educativa. Oggi si è fatto un passo importante in Italia; mi auguro che questo possa avvenire anche in altri settori della vita quotidiana, perché oggi non ci manca un nuovo partito o un nuovo leader da seguire, ma un po’ di sano buonsenso per ritornare a valori universalmente condivisi che troppo spesso sono calpestati, come: trasparenza, giustizia universale, legalità, ma anche responsabilità sociale, solidarietà, rispetto della dignità umana e fiducia nelle istituzioni!

Penso alla storia di Rita Atria, che da viva e da morta venne odiata da tutta la mafia: dalla madre, dai compaesani, dai parenti, persino dai mafiosi carcerati che quando seppero del suo suicidio applaudirono da dietro le sbarre. Aveva solo 17 anni quando si tolse la vita, testimone di giustizia affezionatissima al giudice Paolo Borsellino, che la chiamava affettuosamente “la mia picciridda”.

La ricordiamo per il suo coraggio e il suo immenso valore, per aver scelto con determinazione la parte giusta.

Nel suo diario Rita annotò parole che risuonano oggi più che mai: “Forse un mondo onesto non esisterà mai. Ma chi ci impedisce di sognare? Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”. Oggi la speranza sta nel sapere che, grazie alla legge “Liberi di scegliere”, giovani donne e ragazzi e ragazze come Rita non devono più rimanere sole di fronte al male, né pagare con la vita il prezzo della propria libertà. Oggi lo Stato ha finalmente le armi umane e giuridiche per proteggerle, offrendo loro un’alternativa sicura, una comunità che le accoglie e la concreta possibilità di realizzare quel sogno di un mondo diverso.

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