Dopo i giorni del vento e dei fiumi in piena: cronaca e letteratura si intrecciano nei luoghi dell’anima tra Rende, Casali del Manco e Cosenza
Di Anna Maria Ventura
La tempesta è passata, ma per giorni la Calabria è rimasta sospesa dentro di me, sebbene ne fossi, al momento, lontana, come le immagini seguite con apprensione. I notiziari, i video condivisi, le fotografie dei fiumi gonfi e dei pendii feriti hanno restituito la cronaca di un territorio ancora una volta messo alla prova dall’acqua e dal vento.
Eppure, osservando quelle scene, la realtà sembrava continuamente intrecciarsi con la memoria e con le pagine della letteratura che da sempre raccontano questa terra come viva, inquieta, mai del tutto immobile.
Così i luoghi comparsi nelle notizie, tra Rende, Casali del Manco e Cosenza, non apparivano soltanto come scenari della cronaca recente, ma come paesaggi interiori, familiari, osservati ora attraverso la distanza e filtrati da una partecipazione discreta.

Le immagini reali finivano per sovrapporsi a quelle custodite nella memoria e a quelle suggerite dalla tradizione letteraria meridionale, dove la natura non è mai semplice sfondo, ma voce narrante.
Nei giorni del vento e delle piogge insistenti, la Calabria ha mostrato ancora una volta la propria natura profonda. Le precipitazioni, cadute con continuità e violenza, hanno saturato i terreni argillosi, riattivando smottamenti e fragilità note. È la geografia stessa della regione a spiegare ciò che accade: montagne vicine al mare, versanti ripidi, corsi d’acqua brevi e impetuosi che reagiscono rapidamente alle perturbazioni. Quando l’acqua insiste, la terra cambia assetto, scivola, si riassesta. Non è eccezione, ma condizione naturale.

Guardando le immagini diffuse nei giorni scorsi, il mio pensiero tornava inevitabilmente a Collina Paradiso, un angolo di natura più che un luogo abitato: ulivi nodosi, antiche viti, una casa circondata da un giardino che in primavera si riempie di fiori. Sopra ogni cosa domina una grande quercia. Durante la tempesta era impossibile non immaginarla attraversata dal vento, le fronde scosse come onde lente, mentre la pioggia cadeva sulla collina rendendo il paesaggio più antico, quasi primordiale.
La distanza, in questi casi, amplifica la percezione. Le immagini televisive si fondono con quelle letterarie. Tornano alla mente le pagine di Corrado Alvaro, dove la natura calabrese diventa misura dell’esistenza umana, e i racconti di Saverio Strati, nei quali i paesi sembrano aggrappati alla montagna con una dignità silenziosa. Anche le riflessioni di Cesare Pavese sulle colline come luoghi della memoria trovano qui un’eco naturale: ogni pendio conserva tracce di vite, paure e ripartenze.
A Casali del Manco la pioggia ha inciso ancora una volta i versanti, riportando alla luce la fragilità di territori dove l’acqua scende veloce dai rilievi silani, trasformando piccoli torrenti in correnti improvvise. Scene simili si sono osservate anche a Cosenza, dove i fiumi, alimentati dalle precipitazioni montane, hanno raggiunto livelli elevati, correndo torbidi sotto i ponti e richiamando una memoria collettiva fatta di piene e vigilanza.
Questi fenomeni trovano spiegazione nella natura stessa del territorio calabrese. Lunghi periodi asciutti rendono il suolo compatto e meno permeabile; quando arrivano piogge concentrate, l’acqua scorre in superficie, riattiva canali naturali e mette sotto pressione argini e pendii. È un equilibrio delicato, accentuato oggi da eventi meteorologici sempre più irregolari, che alternano siccità e precipitazioni intense e dall’incuria degli uomini, che non rispettano la natura.

Eppure, accanto alla fragilità, emerge ogni volta una resistenza discreta. Nelle cronache dei giorni scorsi si sono intravisti interventi rapidi, gesti di solidarietà, comunità attente ai propri luoghi. Una resilienza silenziosa, quasi naturale quanto le frane stesse, che appartiene profondamente alla Calabria descritta da Leonida Rèpaci come terra aspra e luminosa.
Ora che i fiumi stanno rientrando nei loro alvei e il vento ha cessato di agitare le colline, resta dentro di me una sensazione particolare: quella di aver vissuto la tempesta a distanza, dove cronaca e memoria si sono confuse fino a diventare un unico racconto. I luoghi osservati attraverso uno schermo continuavano a esistere come presenze vive, familiari, mai davvero lontane.
Il pensiero torna allora ancora a Collina Paradiso, alla grande quercia rimasta salda dopo il vento. Le sue radici affondano profondamente nella terra mobile, trattenendo il suolo mentre tutto intorno cambia. È un’immagine concreta e insieme simbolica: la Calabria che attraversa le tempeste, si piega senza spezzarsi e continua, ostinatamente, a fiorire.
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