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La memoria come atto di giustizia e terapia del dolore

Recensione di “Per coraggio e per paura”, di Palma Comandè, Pellegrini Editore, 2004

di Ada Giorno

Il libro “Per coraggio e per paura” di Palma Comandé non è una semplice cronaca storica, né unicamente il racconto di un eccidio. È, prima di tutto, una profonda e coraggiosa indagine sulla memoria, sul trauma e sulle complesse vie della giustizia.

L’opera si distingue per la sua capacità di intrecciare con rara sensibilità la testimonianza personale e intima del padre, Vincenzo Comandé, uno dei pochi scampati alla strage, con la tragedia collettiva e a lungo rimossa, dell’eccidio della Divisione Acqui a Cefalonia.

In questo dialogo tra la voce del padre e le mani della figlia, il ricordo cessa di essere un peso insostenibile per trasformarsi in uno strumento terapeutico, in un atto d’amore filiale e, infine, in una forma di resistenza morale contro la deliberata amnesia della storia ufficiale.

Per cogliere appieno il significato del racconto è indispensabile inquadrare il contesto storico in cui esso affonda le radici. L’eccidio di Cefalonia non fu, infatti, un tragico ma isolato episodio di violenza bellica. Rappresentò una delle prime e più pure manifestazioni della Resistenza militare italiana al nazifascismo. La scelta di combattere, compiuta da migliaia di soldati italiani, segnò una rottura etica e politica con il ventennio fascista e con il precedente alleato tedesco, affermando un principio di dignità e fedeltà a un’idea di Patria che si stava ridefinendo proprio in quel drammatico frangente. All’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, la Divisione Acqui, stanziata sull’isola greca di Cefalonia e guidata dal generale Antonio Gandin, si trovò di fronte a una scelta fatale: cedere le armi ai tedeschi, come imposto dal nuovo scenario bellico, o resistere. Dopo giorni di angosciose consultazioni, la decisione fu quella di opporsi. La reazione tedesca fu spietata e immediata.

La resistenza italiana venne schiacciata con una violenza inaudita, che portò alla distruzione della divisione, una forza di 11.700 uomini. Fu una tragedia immane, che si consumò tra combattimenti, fucilazioni di massa e deportazioni, e che avrebbe dovuto costituire una delle pagine fondative della nuova Italia. Eppure, per decenni, su questa vicenda calò un pesante silenzio politico.

I documenti relativi ai crimini commessi a Cefalonia, insieme a quelli di altre stragi nazifasciste, furono occultati e dimenticati in quello che sarebbe poi stato ribattezzato l’ “Armadio della vergogna”, scoperto solo negli anni Novanta.

Questa memoria negata, rimossa per ragioni di Stato e opportunità geopolitiche, costituisce il vuoto che il libro di Palma Comandé cerca di colmare. L’amnesia istituzionale, come vedremo, non solo ostacolò la giustizia, ma aggravò il trauma dei sopravvissuti, rendendo la loro testimonianza individuale un atto necessario di sfida a una verità storica contesa.

Il libro si inserisce in questo complesso processo di riappropriazione della verità, non per offrire una sentenza definitiva, ma per illustrare il costo umano della giustizia mancata.

E si presenta con una natura confessionale e intima in grado di esplorare non solo cosa è successo a Cefalonia, ma come si è sentito un uomo a vivere quella tragedia, aprendo così le porte al suo complesso mondo interiore. È in questa esplorazione dell’animo umano che il romanzo raggiunge le sue vette più alte, proponendo una significativa sovversione dell’archetipo del soldato. “Per coraggio e per paura” si allontana radicalmente dallo stereotipo dell’eroe monolitico per restituirci il ritratto di un uomo, Vincenzo, capace di una profonda e sfaccettata sensibilità, anche nel caos disumanizzante della guerra. In questo, l’opera si inserisce a pieno titolo nella tradizione più alta della letteratura italiana del dopoguerra, che, sulla scia del Neorealismo, ha sempre cercato l’individuo dentro la tragedia collettiva.

Il testo ritrae un protagonista straordinariamente attento ai sentimenti altrui, in particolare a quelli delle figure femminili incontrate nell’orrore del conflitto.

La narrazione si intreccia con la memoria di un’angoscia antica: quella di una guerra che le donne non hanno scelto e che tutto divora, lasciando dietro di sé corpi trasformati in “donne stracciate” e “bambine che vendono le loro carni”. Sono immagini che rivelano una brutalità capace di travolgere il corpo femminile, riducendolo a territorio di conquista e di potere: “file di donne interamente coperte da un mantello”, “costrette a saltare con le mani legate le une alle altre”, fino all’eco crudele di un destino che si ripete — “in Albania le mogli si comprano”.

In questo scenario, la fragilità umana e il desiderio fisico non emergono in contraddizione con la fedeltà o il dovere, ma come parte integrante di una sensibilità che tenta di resistere alla disumanizzazione, mentre altrove una madre vive un dolore muto, fatto di attesa e paura.

La sua sofferenza diventa il contrappunto morale della violenza: un dolore invisibile ma costante, che accompagna ogni gesto del soldato e ricorda che la guerra non distrugge solo chi combatte, ma anche chi resta sospeso nell’incertezza.

In questo contesto, la fragilità umana e il desiderio fisico non emergono in contraddizione con la fedeltà o il dovere, ma come parte integrante di una sensibilità più ampia, che riconosce nell’altro un essere sofferente e bisognoso di contatto umano.
L’analisi del cuore del protagonista si muove tra due poli affettivi distinti ma non conflittuali.

Da un lato vi è l’amore del ricordo , un legame saldo e idealizzato con la madre, che rappresenta la stabilità, il ritorno, la promessa di un futuro. Dall’altro emerge l’amore della contingenza , un sentimento di empatia e umanità che nasce dall’incontro con la sofferenza immediata, con le donne greche la cui dignità è stata violata dalla guerra. Il protagonista dimostra di saper tenere insieme queste due dimensioni, re-umanizzando se stesso e chi lo circonda attraverso la capacità di sentire. Questa complessità emotiva è ciò che eleva Vincenzo da semplice testimone a simbolo potente di un’umanità resiliente. Un’umanità che, anche di fronte alla morte, non rinuncia alla capacità di comprendere e amare, preparandoci a capire come il suo coraggio e la sua paura siano due facce della stessa, profonda, medaglia.

In sintesi, “Per coraggio e per paura” è un’opera a più livelli, la cui lettura lascia un segno profondo. È un documento che si innesta nel dibattito sulla memoria storica di Cefalonia, un commovente testamento familiare che celebra il dialogo tra generazioni e, soprattutto, una profonda e coraggiosa esplorazione del cuore umano messo a nudo dalle circostanze estreme della guerra.

Palma Comandé, dunque guidata dalla voce del padre, ci consegna un racconto che rifiuta ogni facile retorica e che vede la memoria storica come narrazione universale sull’amore, la perdita e la resilienza della sensibilità. La profondità emotiva che non potremmo mai trovare nella semplice cronaca dei fatti, ci viene restituita e dimostrata come una efficace interpretazione di comprensione della Storia in cui non bastano i documenti, ma occorre ascoltare le voci di chi l’ha vissuta sulla sua pelle. Questa testimonianza è un ponte tra la storia e la coscienza, un’opera necessaria in cui il coraggio più grande non è solo quello di combattere il nemico, ma quello, infinitamente più difficile, di continuare ad amare in un mondo che sembra aver smarrito la propria umanità.

Per coraggio e per paura
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