Una sbornia che si fa fatica a digerire. Un Cosenza eroico quello che ha sbancato il “Ceravolo”. Emozioni indimenticabili di una domenica dai contorni epici.
Quante volte l’abbiamo detto e ripetuto? E’ una vittoria che manca da tanto, troppo tempo. Catanzaro-Cosenza si commentava così da sola, anno dopo anno la cronaca di un evento irrealizzabile, col segno X a farla sempre da padrone. Nel silenzio dei nostri sogni più reconditi pensavamo: “Prima o poi succederà!”. Con quel POI sottolineato a più riprese e quel PRIMA detto giusto per dare un senso alla frase ma poco convinto. Quasi a dire che ci eravamo un pò tutti rassegnati ad un destino da eterni sconfitti. Quel giorno invece è arrivato, il 28 Agosto 2016 è una data ormai nota a tutti i tifosi, impressa nel cuore e, molto probabilmente, a breve anche sulla pelle di molti.
E’ successo davvero? Avete realizzato l’accaduto? A pochi giorni dal trionfo nella tana degli acerrimi rivali in molti sono ancora increduli, come accade spesso quando si avvera un sogno inseguito una vita. C’è chi ha raggiunto piena consapevolezza dell’exploit ma non riesce ancora a capacitarsi di come sia successo. E si, perchè lo 0-3 è pesante, è l’entita della vittoria a lasciare basiti, non una qualsiasi vittoria risicata, bensì un’autentica scoppola rifilata agli avversari di sempre. E’ lo stesso identico risultato con cui quasi 30 anni fa gli odiati cugini rispedirono a casa tutta la Cosenza sportiva dell’epoca, con un Palanca autentico mattatore di quella triste giornata. In molti non hanno ancora digerito quell’umiliazione e oggi gridano all’unisono: vendetta, tremenda vendetta! Saremmo bugiardi se dicessimo che non ci saremmo accontentati di una vittoria di misura. Il terzo gol di Caccetta ha sancito però un’estasi sportiva. Chi dimenticherà mai quell’istante in cui la rete del “Ceravolo” si gonfiava per la terza volta in pochi minuti, proprio sotto il settore riservato ai 500 tifosi silani, anche questo un chiaro segnale di una giornata da tramandare ai posteri. Al diavolo l’igiene personale, gettarsi per terra sulle gradinate, piangere di gioia e alzare le braccia al cielo era un gesto quasi dovuto e totalmente liberatorio.

L’hashtag regnante della domenica è stato #66annidopo. Avete idea di quanti siano 66 anni, vero? E’ un’eternità, una vita intera. In pochi, pochissimi hanno memoria dell’ultimo trionfo in terra catanzarese, datato stagione 1949/1950. Erano altri tempi, un altro calcio, quella vittoria non poteva certamente assumere il valore antropologico che riveste oggi. Con buona pace di chi ci definisce esagerati, di chi la definisce una semplice partita di calcio. Se solo sapesse cos’è per noi il Cosenza, cosa ha significato la gioia della domenica appena passata. Parlano chiaro le lacrime di molti, di bambini e anziani, gente di tutte le età che ha vissuto profonde emozioni. Che dire poi delle parole di chi ha il cuore giallorosso, ma sa bene quanto conti per noi questa partita e, animato da sentimenti di sincero affetto ed estrema sportività, ha dichiarato di aver digerito l’amara pillola in maniera più dolce pensando alla nostra gioia? Chapeau! Prendiamo in prestito le parole di Caressa dopo il trionfo mondiale: ricordate chi avete vicino, perchè non lo dimenticherete mai. Ha gioito chi era lì al “Ceravolo”, chi in riva al mare o al fresco della Sila attaccato alla radio, chi a casa di fronte alla TV o al PC.
La soddisfazione è di tutti i tifosi, di tutti i cosentini, di una città intera. Non esistono supporters di serie A e di serie B, ognuno ha diritto di vivere ed emozionarsi a modo proprio. Perchè una cosa è certa, anche chi non era presente fisicamente si è commosso profondamente pensando ad una persona cara che non c’è più, che avuto il merito di trasmettere questa passione di generazione in generazione e se n’è andata senza poter vivere in prima persona questa enorme gioia. Noi questa giornata l’abbiamo vissuta in toto e l’abbiamo già impressa col marchio nei nostri cuori, siamo tornati a casa distrutti dal caldo, dalla fatica, dal sudore e dalle continue palpitazioni. Chi ci aperto la porta non ha potuto far altro che notare la stanchezza unita ad un sorriso colmo di felicità e orgoglio. L’orgoglio di essere cosentini, del rossoblu che scorre nelle nostre vene, di aver partecipato alla nostra prima volta, perchè la si può definire tale a tutti gli effetti, e lo sappiamo bene che la prima volta non si scorda mai.
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