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Laboratorio Riformista Calabrese scrive ad Andrea Orlando

La lettera firmata da Francesco Meringolo, Portavoce di Laboratorio Riformista Calabrese, e indirizzata al membro della Camera dei Deputati del PD Andrea Orlando.

“Egregio On.Orlando,

Apprendiamo dall’organo ufficiale dei populisti, il Fatto quotidiano (no dall’Avanti di Turati e Prampolini) delle sue rimostranze nei confronti di chi ha chiesto un’azione di governo più riformista e incisiva e meno populista. Ci teniamo a sottolinearLe che Turati e Prampolini erano riformisti del loro tempo. Quando Filippo Turati sosteneva che “il culto della violenza è del capitalismo e non del socialismo” veniva tacciato di socialfascismo o, peggio, veniva chiamato socialtraditore. E, settant’anni dopo, la storia gli diede ragione.

L’elenco delle ragioni postume dei riformisti è lungo. Il riformismo, come sappiamo, è un metodo e abiura sia i conservatorismi che i rivoluzionarismi e tende al miglioramento della condizione degli individui graduale e progressiva. Sostenere che politiche stataliste o interventi a pioggia non rappresentino misure di uguaglianza è da riformisti. Perchè, come soleva ricordare Don Milani, non bisogna mai fare parti uguali tra diseguali.

La nostra Repubblica, nella Costituzione, all’art. 3, promette ai suoi cittadini di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ da riformisti ritenere inefficienze, statalizzazione e burocratizzazione siano ostali economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza tra i cittadini? Noi crediamo di si. E ne siamo convinti perché la fortuna dei riformisti l’ha fatto lo stato sociale che è stato possibile grazie alla redistribuzione della ricchezza. Stato sociale che, in paesi come l’Italia, ha gravato sul debito pubblico attraverso forme assistenziali che,
alcune scelte del governo in materia economica dovute all’emergenza pandemica, hanno, purtroppo, ricordato e che, però, erano unite all’elevata crescita economica che pure c’era quando il nostro Paese invece di creare un moderno Welfare State faceva assistenzialismo.

Il Paese ha bisogno di riformisti, veri, autentici. Ha bisogno di chi crede nella possibilità di modificare le strutture vitali del paese in armonia con le sfide globali. E questa non può che essere la funzione e il ruolo del Partito Democratico. Strade diverse renderanno complicato il futuro del partito e faranno venire meno la sua ragione fondante che non può più reggersi, a distanza di una dozzina di anni, su un vecchio equilibrio tra gli apparati post diessini e della Margherita che condannerebbero il Partito Democratico a un ruolo marginale, appiattendo la vocazione maggioritaria e rendendo di fatto il PD uno di quei tanti partiti che non vincerà mai le elezioni come del resto è avvenuto dalla sua fondazione ad oggi.

Essere riformisti, oggi, in Italia, significa essere rivoluzionari allo stesso modo di come lo furono Turati e Prampolini al loro tempo. Significa cogliere appieno l’esigenza di competitività ed efficienza del nostro sistema economico, l’esigenza di sburocratizzazione del Paese; l’esigenza di rendere semplice il sistema del credito alle aziende sane e rendere il sistema economico moderno ed efficace nelle sfide della competizione globale.

Sono anche comprensibili alcune scelte del governo a causa dell’influenza dei Cinquestelle, loro si populisti, ciò che non è comprensibile è che, intorno al PD, non si possano nutrire dubbi su alcune scelte fatte o sul fatto che il Partito Democratico abbia preferito chiudere un occhio (o tutti e due) riguardo alle leggi sull’immigrazione di Salvini o sul surreale dibattito riguardante il MES o, peggio, la legge elettorale, sparita dalla centralità del dibattito e che lascia pensare sia stato accettato a scatola chiusa il taglio dei parlamentari.

Quanto avremmo risparmiato con Alitalia perennemente in crisi se avessimo preso atto della sua inefficienza e quali nuove opportunità avremmo potuto creare in un Paese che ne offre sempre meno? Norberto Bobbio sosteneva “Il tempo sembra […] dar ragione non a coloro che vedevano tutto rosso o tutto nero, ma a quelli che non hanno avuto timore di insinuare qualche dubbio nei troppo eccitati difensori dell’una o dell’altra parte. A coloro […] che, accusati a volta a volta di aver fatto il gioco di questa o di quella parte, si vien dimostrando al contrario che stavano facendo – e questa è la loro unica ambizione di intellettuali devoti al loro compito – il gioco di nessuno, che è poi il vantaggio di tutti.”

Non vorremmo che alla fine, anche questa volta, la ragione postuma sia dei “sedicenti riformisti” che vedono nello statalismo e nel debito pubblico un freno allo sviluppo e che sono consapevoli che, per poter redistribuire ricchezza, è necessario crearla.

Un antico proverbio cinese recita: “Dare un pesce a un uomo lo nutrirà un giorno, insegnargli a pescare lo nutrirà tutta la vita”. I riformisti sono quelli che insegnano a pescare, i populisti quelli del “ogni uomo ha diritto a un pesce al giorno, sole o pioggia che sia”. Non vorremmo che alla fine per evitare il governo delle destre legittimassimo errori madornali e strategici dei populisti a danno del nostro Paese, perché col PD al governo, al danno, aggiungeremmo la beffa.

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