Tra storia e leggenda, sacro e profano, le grandi figure di carta e canne tornano a danzare per le strade del borgo prima di consegnarsi al fuoco: dal 1° al 4 ottobre Marzi rinnova una delle sue tradizioni più antiche e suggestive, intrecciando memoria, identità e festa.
Di Anna Maria Ventura
A Marzi, nel cuore della Valle del Savuto, ci sono tradizioni che, per qualche giorno all’anno, tornano a prendere forma, voce, movimento. È quello che accade ogni autunno con le Pullicinelle, i grandi Giganti Processionali che accompagnano la festa della Madonna del SS. Rosario e che, più di qualsiasi altra manifestazione, sembrano custodire dentro la loro carta colorata e la loro struttura di canne una parte profonda della memoria del paese.
Dal 1° al 4 ottobre 2026, Marzi tornerà così a vivere i giorni della festa con un programma che mette insieme cultura popolare, musica, gastronomia, solidarietà, attività per bambini e anziani e, soprattutto, l’appuntamento con la grande sfilata delle Pullicinelle, prevista per la sera di sabato 3 ottobre. Ma per capire davvero cosa accade quella sera bisogna andare oltre la festa, oltre la spettacolarità dei giganti e del fuoco, e provare a entrare nel mondo simbolico di una tradizione nella quale storia e leggenda, sacro e profano, memoria e invenzione popolare si sono intrecciati nel corso del tempo.
Le Pullicinelle sono due grandi figure processionali, una femminile e un cavallo, costruite artigianalmente con materiali poveri e leggeri, soprattutto canne, legno e carta. Al loro interno trova posto l’“abballatore”, colui che dà vita alla struttura e ne determina i movimenti. Ed è proprio quando cominciano a muoversi che quelle grandi sagome cessano di essere semplici manufatti e diventano personaggi. Camminano, oscillano, girano, avanzano verso la folla e talvolta sembrano quasi inseguirla. Il ritmo dei tamburi accompagna i loro passi e contribuisce a trasformare le strade del paese in un luogo diverso da quello della vita quotidiana. La processione diventa così una rappresentazione, una forma di teatro popolare nella quale non esiste una vera separazione tra attori e spettatori: chi guarda viene coinvolto, i bambini si avvicinano e si allontanano, gli adulti seguono il corteo, la musica cresce, le figure si muovono e per una notte il paese sembra appartenere a un tempo diverso.
Questa dimensione spettacolare, tuttavia, è soltanto la parte più visibile di un rito assai più complesso. Le Pullicinelle sono legate alla festa della Madonna del SS. Rosario, che a Marzi si celebra tradizionalmente la prima domenica di ottobre, e la loro presenza si inserisce dunque all’interno di una festa religiosa. Al tempo stesso, però, il loro linguaggio è quello della cultura popolare: la caricatura, il travestimento, l’allusione, il gioco, il rapporto fisico con la folla, la musica, il fuoco. È una combinazione che appartiene alla storia di molte feste meridionali, dove la devozione cristiana ha finito per convivere con ritualità più antiche, forme carnevalesche, simbolismi legati al ciclo della natura e tradizioni comunitarie stratificatesi nel corso delle generazioni. Per questo sarebbe semplicistico definire le Pullicinelle semplicemente come un “rito pagano” sopravvissuto nel tempo. Le fonti disponibili non consentono di stabilire una continuità diretta con un antico culto precristiano. Più corretto è parlare di una tradizione popolare stratificata, nella quale significati diversi hanno trovato nel tempo una loro forma comune.
E dentro questa stratificazione c’è una figura che la memoria di Marzi ha trasformato in leggenda: Giovanna d’Angiò. Secondo la tradizione locale, la grande figura femminile delle Pullicinelle sarebbe riconducibile proprio alla regina, della quale la cultura popolare ha tramandato nei secoli un’immagine legata alla sua vita amorosa e a comportamenti considerati trasgressivi. Il cavallo che accompagna la donna sarebbe parte di questa rappresentazione allusiva e satirica. Il racconto non va però confuso con un dato storico accertato. Le fonti locali riportano il collegamento con Giovanna d’Angiò come una tradizione, e persino la documentazione relativa alla pianificazione territoriale di Marzi usa una formula prudente, osservando che “qualcuno vorrebbe vedere” nelle Pullicinelle una rappresentazione dei vizi e delle esuberanze della regina. È una cautela importante, perché non esiste, almeno nella documentazione reperibile, una prova che consenta di affermare che le Pullicinelle siano nate proprio per rappresentare Giovanna o che questo fosse il loro significato originario. Ma la leggenda, anche quando non può essere dimostrata come fatto storico, diventa a sua volta documento della cultura di una comunità: racconta il modo in cui quella comunità ha scelto di spiegare e tramandare la propria festa.
La donna e il cavallo, così, assumono un significato che va oltre la semplice rappresentazione di due figure. C’è una componente ironica e trasgressiva, quasi carnevalesca, che permette per una notte di mettere in scena ciò che nella vita ordinaria resta nascosto o regolato. La grandezza sproporzionata dei personaggi, il movimento, i colori, il rapporto con la folla e l’allusione producono una sorta di “mondo alla rovescia”, nel quale le regole della quotidianità vengono temporaneamente sospese. Le Pullicinelle sono figure certamente singolari da guardare: provocano, sorprendono, intimoriscomo, divertono. E proprio per questo il pubblico diventa parte del rito.
C’è poi un altro elemento che rende le Pullicinelle di Marzi particolarmente affascinanti: il fatto che siano costruite per essere distrutte. La loro realizzazione richiede tempo, manualità e conoscenze tramandate. Le fonti etnografiche ricordano il ruolo dei “mastri”, gli artigiani che conoscevano le tecniche necessarie per costruire queste grandi strutture di canne e carta. È un sapere fragile, come molti saperi della cultura popolare, perché non viene trasmesso soltanto attraverso libri e documenti, ma soprattutto attraverso il fare, il guardare e il ripetere. Per questo i laboratori organizzati negli ultimi anni e il coinvolgimento delle scuole assumono un significato che va oltre l’attività ricreativa: insegnare ai bambini come nasce una Pullicinella significa mettere nelle loro mani una parte della memoria di Marzi.
Ed è significativo che anche i bambini siano tra i protagonisti dell’edizione 2026. Il programma dei festeggiamenti si apre giovedì 1° ottobre, alle 16, con il “Laboratorio lucciole di carta”, presso la sede dell’A.S.D. Le Due Ore Quercioli di Marzi. Alle 19, alla Casa del Film, sarà la volta della “Pasta a sorpresa” accompagnata dal vino “Colacino Wines”, mentre alle 21.30, in piazza Municipio, la giornata si chiuderà con la serata musicale “Peppino & Eva”. Il giorno successivo, venerdì 2 ottobre, alle 10, i bambini delle scuole incontreranno proprio “Le Pullicinelle” presso la Casa della Cinematografia. È forse uno degli appuntamenti più coerenti con lo spirito della manifestazione, perché mette in relazione diretta la tradizione e le nuove generazioni, il passato e il futuro. Nella stessa giornata, alle 19, “Radici che si incontrano – Festa dei Nonni” porterà in scena l’incontro tra generazioni, con l’intrattenimento musicale dei Canterini di Rogliano e un aperitivo multietnico; seguiranno i Giochi popolari “Senior” e, alle 23.30, la musica dal vivo di “Marzi & Friends”.
Ma è la notte di sabato 3 ottobre quella nella quale il rito raggiungerà il suo momento culminante. Alle 21, da piazza Municipio, partirà la sfilata dei Giganti Processionali “Le Pullicinelle”. Sarà allora che tutto ciò che per giorni è stato preparato prenderà vita. Le grandi figure usciranno nelle strade e, accompagnate dal suono dei tamburi, cominceranno il loro viaggio attraverso il paese. La folla seguirà il corteo, i bambini cercheranno di avvicinarsi, gli adulti riconosceranno gesti e movimenti che fanno parte della memoria collettiva di Marzi. È una processione, ma anche una danza; è uno spettacolo, ma è soprattutto un rito che si rinnova.
E il rito ha una conclusione precisa: il fuoco. La tradizione delle Pullicinelle prevede infatti che le grandi figure, dopo aver attraversato il paese, vengano consegnate alle fiamme nella focìara. Le fonti etnografiche descrivono il momento come una vera e propria apoteosi: la folla si raccoglie intorno alle figure, mentre i giganti compiono la loro ultima danza prima di essere bruciati. È una scena che concentra in pochi minuti tutto il significato simbolico della tradizione. La comunità ha costruito le Pullicinelle, le ha fatte vivere, le ha accompagnate, le ha guardate danzare e infine le distrugge. La carta, il colore e le canne diventano cenere. Ma proprio perché le Pullicinelle vengono distrutte, il rito può tornare a compiersi l’anno successivo. La loro morte contiene, simbolicamente, la possibilità della rinascita.
Nel corso del tempo al fuoco rituale si sono affiancate nuove forme di spettacolarità. Quest’anno, subito dopo la sfilata, alle 22, è previsto “Il Cavallo di fuoco”, a cura della Pirotecnica Perri Carmine, seguito dalla Notte Dance con il DJ set di Piero Tucci. Il cavallo torna dunque ancora una volta al centro della notte di Marzi, ma in una dimensione contemporanea e spettacolare, accanto a quella tradizionale delle Pullicinelle. È uno dei modi attraverso i quali una festa viva cambia senza necessariamente perdere il proprio nucleo identitario.
Domenica 4 ottobre la festa continuerà con i “Giochi popolari Junior”, alle 17 in via Nazionale, e con “Da voce a voce – Coro femminile”, alle 19, a cura di Teresa Tofel e Angelica Perri. Alle 21 la musica dal vivo con “L’Aurora e Ilaria”, quindi alle 22 “Il parto delle nuvole pesanti” e, a seguire, lo spettacolo pirotecnico. Nei giorni della manifestazione non mancheranno gli stand gastronomici, mentre il 3 e il 4 ottobre sarà presente anche il progetto “Sheep Italia – Coperte per i senza dimora” e sarà proiettato il video “Nessuna guerra è lontana”. Anche questi elementi raccontano una festa che vuole essere occasione di incontro e partecipazione nel presente.
In fondo è proprio questa la particolarità delle Pullicinelle: la loro storia è fatta certamente di ciò che sappiamo, ma anche di ciò che la comunità continua a raccontare. Non conosciamo con certezza il momento nel quale nacque il rito, né possiamo dimostrare che la sua origine sia legata direttamente alla regina Giovanna d’Angiò. Non possiamo neppure affermare senza riserve che si tratti di un antico rito pagano sopravvissuto al cristianesimo. Sappiamo però che esiste una tradizione consolidata, che ha attraversato generazioni, che ha conservato una tecnica artigianale particolare, che ha mantenuto il rapporto tra i giganti e il fuoco e che ha costruito attorno alle figure una leggenda capace di dare un volto e una storia a ciò che accade nelle strade di Marzi.
Forse è proprio questo il valore più autentico della tradizione. Una Pullicinella è un oggetto destinato a vivere soltanto se viene costruito, portato, fatto danzare, visto dalla gente e infine bruciato. La sua esistenza coincide con il rito. E il rito, a sua volta, esiste perché una comunità continua a riconoscersi in esso.
Quando sabato sera le grandi figure usciranno nuovamente per le strade, ci sarà una sfilata di giganti, ma dietro quei colori ci saranno le mani di chi li ha costruiti, la memoria di chi li ha visti da bambino, le storie raccontate dai nonni, la leggenda di una regina trasformata dal tempo in personaggio popolare, il ritmo dei tamburi, l’attesa dei bambini e la curiosità di chi arriverà a Marzi per assistere per la prima volta a questo spettacolo. E quando, alla fine, il fuoco comincerà a divorare la carta, ciò che resterà delle Pullicinelle sarà la certezza che un altro capitolo della loro storia sarà stato scritto.
Perché a Marzi la tradizione ogni anno le fa tornare in vita, le porta a danzare per le strade e poi le affida al fuoco, perché possano rinascere ancora una volta.

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