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L’illuminazione sulla via della “rosellizzazione”

“Dallo stadio calcistico il tifoso retrocede ad altro stadio: a quello della sua stessa infanzia”. (Eugenio Montale, Trentadue variazioni, 1973).

Bordate di fischi e insulti per Mauro Meluso nel giorno del suo ritorno a Cosenza
Bordate di fischi e insulti per Mauro Meluso nel giorno del suo ritorno a Cosenza (photo Mannarino)

Dopo i propositi di netta rottura rispetto al passato, sembra che il Cosenza sia tornato a seguire la via maestra, quella che tante soddisfazioni e successi ha regalato al popolo rossoblu negli ultimi due anni. Infatti, dapprima la partita di Caserta e poi l’ultima contro la corazzata Lecce (costruita dall’ex d.s. silano Meluso che ha avuto la possibilità di operare nel pieno delle sue abilità sfruttando le grandi possibilità di spesa del club giallorosso) pare abbiano sancito il ritorno ad uno stile interpretativo del gioco del calcio che si fonda sulla celebre massima del “prima non prenderle”.

Alzi la mano o scagli la prima pietra chi, nel corso del primo tempo in terra campana o del secondo tempo contro il Lecce, non abbia pensato o sostenuto che sulla panchina dei lupi fosse tornato “il santo” Roselli, salvo poi constatare che, effettivamente, l’uomo al comando della truppa silana avesse una folta chioma ed una barba in stile “prode Odisseo”.

In effetti, il buon De Angelis forse avrà finalmente capito che il materiale a sua disposizione, seppur novato nella finestra invernale di mercato da egli stesso e dal nuovo d.s. Valoti, è stato creato ad immagine e somiglianza del suo predecessore e che, per questo, non può essere impiegato in modi e per scopi diversi rispetto a quelli per cui è stato plasmato in estate dal tandem CerriRoselli.

Dalla sfida tra Cosenza e Lecce è emerso un dato fondamentale: la capacità della squadra rossoblu di giocare alla pari contro avversari ben più quotati sulla carta, quantomeno contenendone il potenziale e quindi impedendone la piena manifestazione, a condizione che riesca a mettere in campo grinta, diligenza ed ardore agonistico e che non sia troppo sbilanciata in avanti. L’atteggiamento affamato e concentrato mostrato dai lupi non può non essere apprezzato dal popolo bruzio. Un simile dato, ovviamente, lascia ben sperare in ottica play off. Tuttavia, seppur nella complessiva positività della prova offerta dal collettivo silano, la gara contro il Lecce ha certificato definitivamente (arrivati a questo punto del campionato) che il Cosenza è stato costruito per giocare in maniera rosellianamente accorta.

La mancanza di un regista di centrocampo che sappia “far girare la squadra” a dovere e che sia in grado di imbastire le azioni offensive in maniera razionale rappresenta la conferma che questo Cosenza è stato chiaramente costruito per aspettare gli avversari a ridosso della propria area di rigore per poi ripartire velocemente in contropiede cercando di trovare il favore della Moira.

A nulla sono serviti i quattro nuovi innesti arrivati nel mercato di gennaio ai fini del cambio di paradigma organizzativo poiché, alla fine, il regista di centrocampo capace di far cambiare volto alla squadra non è arrivato. Insomma, la palla tra i piedi dei calciatori “scotta troppo” e questo, nei contesti in cui si cerca di costruire qualche azione di calcio non badando soltanto a non prenderle, non può che pesare negativamente in termini di efficacia offensiva.

Roselli indica la via a Stefano De Angelis
Roselli indica la via a Stefano De Angelis

Per questo, nelle ultime due partite il Cosenza di De Angelis si è rifugiato tra le braccia rassicuranti del rosellismo: meno fioretto e più bastone; meno ricerca dell’estetica e più pratica. La forma ultima del Cosenza, soprattutto con riferimento ai play off, può scaturire dall’esito di questo processo di parziale “rosellizzazione” di mister De Angelis o, se si preferisce, di ritorno ad una filosofia roselliana, ovviamente, non dogmatica come la precedente, che non tollerava deviazioni rispetto alla norma regolare (il “palla lunga e pedalare”) ma lubrificata, relativizzata ed adattata alla nuova realtà delle cose. Bisogna considerare che ora il Cosenza può contare su quattro nuovi giocatori che consentono di interpretare il rosellismo senza cadere nell’integralismo.

In fin dei conti, cosa sarebbe stato del Taylorismo se non ci fosse stato H.Ford ad applicare e ad adattare i principii dell’organizzazione scientifica del lavoro alla produzione di massa nelle fabbriche dei primi anni del XX secolo? Il processo di parziale “rosellizzazione” di mister De Angelis (del quale ne costituiscono prove la profonda diversità tra un primo tempo offensivo ed un secondo tempo di contenimento ed il fatto di non aver effettuato il terzo cambio a disposizione nella partita contro il Lecce) ha lasciato intravedere quelle che dovrebbero essere le qualità del Cosenza da sfoggiare nei play off al cospetto di squadre sulla carta superiori: equilibrio, grinta, ordine e diligenza. Al momento manca all’appello la caratteristica più importante delle squadre roselliane e cioè la fortuna.

Chissà, magari De Angelis potrebbe guadagnarsi il ritorno alla tanto agognata Itaca rasandosi i capelli a zero…

Federico Perri, libero pensatore.

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