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Mario Occhiuto oggi in Senato tra emozioni e racconto di quella fumata bianca

Di Mario Occhiuto

Lo dico subito che il voto del Gruppo di FI è favorevole all’approvazione del decreto che ha riguardato le esequie di Papa Francesco e l’avvio del pontificato del nuovo Papa, Leone XIV. È un atto tecnico, certamente. Ma l’evento che abbiamo vissuto –e che l’Italia ha ospitato– è stato qualcosa di più: un momento che ha reso evidente, ancora una volta, quanto Roma e il Vaticano non siano solo simboli religiosi, ma anche snodi culturali e geopolitici.

Per alcuni giorni, l’Italia è stata al centro del mondo, non solo per l’importanza del personaggio scomparso, ma per il significato che assume, ancora oggi, la morte di un Papa dentro le mura di Roma. Un evento che parla a tutti, credenti e non credenti, e che richiama leader di ogni angolo del pianeta. Non perché devono. Ma perché sentono di doverci essere.

Mario Occhiuto

E l’Italia ha saputo accogliere quel momento con sobrietà, con equilibrio, con rispetto.

E tutto questo è stato possibile anche grazie a un’organizzazione impeccabile. Voglio esprimere gratitudine alla Protezione civile, alle Forze dell’ordine, ai volontari, a tutte le strutture che –con discrezione ed efficienza– hanno reso possibile un evento ordinato, accogliente, profondamente rispettoso.

È anche grazie a loro se Roma, in quei giorni, è riuscita a essere non solo la capitale d’Italia, ma un simbolo di equilibrio e di armonia nel mondo.

Non è stato solo un grande evento: è stata una prova di maturità civile. E anche di consapevolezza del nostro ruolo.

La presenza del Vaticano nel nostro Paese è un elemento unico al mondo. Un piccolo Stato dentro la nostra capitale, che però ha una voce universale. Una voce che parla non solo ai credenti, ma anche a chi – pur non condividendone la fede – riconosce nella Chiesa una presenza che interroga e ispira sul piano umano e culturale.

In un tempo in cui le potenze si misurano con la forza e con il PIL, noi abbiamo una presenza che parla al cuore delle persone, non ai mercati.

Ed è anche questo che fa dell’Italia una nazione speciale nel contesto internazionale: non la più forte, ma tra le più ascoltate quando sa unire la cultura, la bellezza, il dialogo e la spiritualità.

Per l’Italia, tutto questo non è un’eredità da museo. È una responsabilità viva. Significa dover gestire, ogni giorno, un rapporto delicatissimo tra Stato e spiritualità, tra sacro e laico. Ma significa anche avere la possibilità –che pochi altri Paesi hanno– di esercitare un’influenza non attraverso la forza, ma attraverso il senso.

Eppure, lo sentiamo ogni giorno – anche qui, tra i banchi del Parlamento – quanto spesso la fede cristiana venga vissuta quasi come una debolezza, un ostacolo alla logica del potere, del profitto, dell’immagine.

Nel tempo della geopolitica delle armi, l’Italia ospita la geopolitica del significato. E questa è forse la nostra risorsa più sottovalutata.

Posso dire, con emozione, di aver vissuto in prima persona questi momenti: i funerali di Papa Francesco e l’elezione di Papa Leone XIV.
Quel giorno, avevo appena terminato il question time qui in Senato. E, quasi per caso –ma forse nulla è per caso– mi sono incamminato verso il Vaticano insieme a un amico sacerdote.

Sono arrivato proprio in tempo per vedere la fumata bianca e il primo affacciarsi del nuovo Papa. E in quella piazza, così silenziosa e densa, ho sentito con forza cosa vuol dire vivere a Roma, essere italiani, avere il privilegio di camminare accanto alla storia.

E allora dobbiamo chiederci: che cosa dice questo evento di noi?

Dice che, nonostante le nostre contraddizioni, sappiamo ancora riconoscere il valore del rito, del tempo condiviso, e del rispetto verso ciò che ci supera.

Dice anche che la politica italiana, quando vuole, sa prendersi cura di ciò che non si misura in cifre, ma in sguardi, in silenzi, in atti simbolici. E questo non è poco, in un tempo dominato dalla velocità e dalla superficialità.

Il Vaticano, per l’Italia, è anche un argine. Un contrappeso spirituale, etico, culturale. In un mondo sempre più pragmatico, più aggressivo, ospitare un centro che continua a parlare di giustizia, di pace, di dignità umana –anche quando lo fa in modo scomodo– è un bene prezioso. È una voce che ci aiuta a restare umani, anche nella conflittualità politica e sociale.

E non dimentichiamoci una cosa: il Papa vive dentro le nostre città, ma parla al mondo. Ogni sua parola è ascoltata come se venisse da Roma, e in un certo senso da tutti noi. Le scelte della Chiesa –sulle migrazioni, sulla povertà, sull’ambiente, sulla guerra– riverberano anche sulla nostra reputazione internazionale.

Non a caso, Leone XIV ha scelto di portare un nome – quello di Leone – che richiama un altro momento epocale: quello della Rerum Novarum, quando la Chiesa seppe leggere con coraggio i segni della modernità industriale.

Oggi siamo di nuovo in un passaggio critico, attraversato da trasformazioni tecnologiche, della IA, ambientali, sociali. E proprio in questa transizione, l’Italia – che ospita il cuore simbolico e morale del cattolicesimo – può trovare una bussola diversa.

Una bussola che non è contro il progresso, ma capace di misurarlo sulla base della persona, non di altro. E la dottrina sociale della Chiesa, che nasce proprio in Italia, può essere oggi più che mai una fonte viva di ispirazione anche per la politica.

Per questo, forse, questo decreto -che sembra parlare di logistica e cerimoniale– è invece un’occasione per ricordarci chi siamo: un Paese che custodisce, proprio nel suo cuore, un richiamo quotidiano a parole come perdono, fraternità, speranza.

Perché –lo sappiamo– la nostra Costituzione riconosce il valore delle fedi, ma ci chiede anche di non dimenticare mai la dignità della persona, la centralità della coscienza, e il dovere della convivenza.

Papa Francesco ha testimoniato tutto questo con la sua vita. Pochi mesi fa ho avuto la possibilità –con alcuni colleghi– di incontrarlo in udienza.

C’era anche mio figlio. Ci sistemarono in posti separati, e lui rimase più indietro. Oggi, se ci penso, vorrei soltanto aver lasciato il mio posto per stargli accanto. È un pensiero che mi accompagna spesso.

Papa Leone XIV, richiamandosi a Sant’Agostino, ha già fatto capire che non intende chiudere quella porta, ma tenerla aperta. Aperta al dubbio, al dialogo, al servizio.

Sta anche a noi –come istituzioni, come cittadini, come italiani– non voltare lo sguardo da quella porta. E allora sì, approviamo questo decreto. Ma facciamolo con consapevolezza. Con l’orgoglio di essere il Paese che custodisce il Vaticano non come un confine, ma come un cuore.

Un cuore che ci ricorda – ogni giorno – che anche la politica può essere un atto di cura, se non perde il senso.

E anche ieri Papa Leone XIV, parlando alla stampa, ci ha ricordato che “la pace comincia da ognuno di noi”, e che per costruire un mondo disarmato, bisogna prima “disarmare le parole”.

È un messaggio che riguarda anche noi, qui, in questo Parlamento. Perché ciò che diciamo, il modo in cui lo diciamo, può dividere o ricucire. Può alimentare rabbia o generare fiducia.

E che in mezzo ai rumori del mondo, una voce limpida e profonda può ancora indicarci la strada.

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