La durissima lettera-sfogo riaccende i riflettori sul reparto del Ferrari: un solo operatore sociosanitario per sedici pazienti e degenti non autosufficienti lasciati senza assistenza.
di Francesco Pacienza
Benvenuti all’eccellenza della sanità calabrese, in quel luogo magico che la burocrazia si ostina formalmente a definire “Reparto di Medicina Interna” dell’ospedale di Castrovillari, ma che, per età media e atmosfera, assomiglia in tutto e per tutto a una RSA. Una settimana di soggiorno qui è ampiamente sufficiente per toccare con mano gli straordinari trionfi del nostro sistema sanitario.
Partiamo dai numeri, perché i numeri sono il fiore all’occhiello dei nostri grandi programmatori sanitari: un (1) OSS per sedici (16) pazienti. Un autentico supereroe con il dono dell’ubiquità, chiamato a garantire l’assistenza minima a pazienti non autosufficienti e, in molti casi, ultracentenari. Il risultato di questa geniale e lungimirante organizzazione? Una dieta ferrea, sebbene involontaria. Spesso, infatti, la colazione, il pranzo o la cena arrivano puntuali sul comodino, ma restano lì a farsi ammirare. Manca chi, materialmente, possa imboccare chi non può farlo da sé.
Un caso su tutti, vissuto in prima persona: ore 9:00 del mattino, il vassoio della colazione di mia madre giaceva intonso da un’ora e mezza. Completamente ignorato, in fredda attesa che una paziente non autosufficiente e invalida grave al 100% sviluppasse improvvisamente poteri telecinetici per nutrirsi. Queste simpatiche “dissonanze”, ai non addetti ai lavori, potrebbero prefigurare il reato di abbandono di persona incapace. Ma noi, con un po’ di ironia, preferiamo chiamarla “terapia d’urto per la stimolazione dell’autonomia”.
Ed è in questo scenario apocalittico che entra in gioco la figura mitologica del familiare-caregiver. Dapprima tacitamente invitato, se non moralmente costretto, a sopperire alle voragini di un sistema al collasso per dare da mangiare o bere al proprio caro. Poi, con un ribaltamento di fronte degno dei migliori thriller psicologici, lo stesso familiare viene sbattuto fuori in malo modo dal medico di turno, e lasciato dietro la porta fino al sacro scoccare dell’orario di visita. Il paziente? Abbandonato a se stesso, senza che nessuno gli allunghi nemmeno un bicchiere d’acqua, sempre per la cronica carenza di personale.
Caro medico, prima di esibirsi in corsia sfoggiando le sue indubbie doti vocali per cacciare i parenti, forse farebbe meglio a preoccuparsi di garantire quel minimo sindacale di efficienza affinché i pazienti, a lei affidati, ricevano non solo le terapie farmacologiche, ma anche l’assistenza di base. Forse le sfugge, ma molti di questi anziani sono affetti da sindromi per cui la presenza del familiare non è un vezzo, è letteralmente terapeutica. Ma le regole sono regole, giusto? Molto meglio un paziente disidratato e abbandonato a se stesso, piuttosto che tollerare un pericoloso parente “fuorilegge” in reparto.
E a proposito di rigore: lei, così solerte nello sgomberare i corridoi, applica con altrettanta inflessibilità le regole che le imporrebbero di garantire i livelli minimi di assistenza, magari attraverso una gestione decente del personale? Sia chiaro: un familiare non viene da voi in villeggiatura. Viene per tappare le voragini di una struttura ospedaliera che non riesce più a erogare le sue funzioni basilari. Questo stesso familiare affronta spese di trasferimento a fondo perduto e sacrifica tempo prezioso sottraendolo a figli e coniuge, il tutto per sopperire alle vostre mancanze. Dopo tutto questo, lasciarlo parcheggiato due o tre ore fuori dalla porta, in religiosa attesa del sacro orario di visita, le sembra davvero l’apoteosi della logica?
Tutto questo disastro, ovviamente, non piove dal cielo. È il frutto prelibato di un’attenta (e disastrosa) programmazione del turn-over e della totale assenza di bandi di assunzione. E poi c’è lei, la punta di diamante del nostro riscatto: “Azienda Zero”. Un nome che doveva rappresentare l’alba radiosa di una nuova era per la sanità calabrese e che invece, con una sincerità disarmante, fotografa esattamente il livello a cui siamo giunti: livello zero. Zero personale, zero assistenza, zero dignità.
Mentre la politica continua a sperticarsi in proclami trionfali e trionfalistici, raccontandoci di una sanità da favola che esiste solo nei loro scartafacci elettorali, i cittadini vivono sulla propria pelle l’amara realtà dei disagi quotidiani. E allora sorge spontanea una domanda, mossa da ingenua curiosità: quand’è che le direzioni sanitarie smetteranno di fare i passacarte della politica e inizieranno a svolgere il compito per cui sono tanto lautamente pagate?
Nel frattempo, a Castrovillari, un’altra colazione si è raffreddata. Ma state sereni: la burocrazia, quella, è sempre caldissima.

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