La nuova sentenza del processo d’appello a Catanzaro che ha assolto padre Fedele Bisceglia dalle accuse di violenza sessuale parola chiaro: la testimonianza della suora non è attendibile

Padre Fedele Bisceglia è da assolvere perché la suora che lo aveva accusato di violenza “è totalmente inattendibile”. È questo il passaggio più forte, ma anche quello decisivo nelle motivazioni dei giudici d’Appello di Catanzaro che due mesi fa hanno clamorosamente assolto il noto religioso cosentino dall’accusa di violenza sessuale nei confronti della suora.
Una sentenza opposta ai precedenti due verdetti di condanna, dopo l’annullamento con rinvio della Cassazione. Secondo la Corte di secondo grado, presieduta dal giudice Maria Vittoria Marchianò, Padre Fedele, arrestato su richiesta della Procura di Cosenza con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di una suora, va assolto nonostante una prima condanna a 9 anni confermata in Appello. La Cassazione però aveva annullato la condanna, per far celebrare un nuovo processo di secondo grado che ha ribaltato tutto.
Come si legge nelle motivazioni “la produzione documentale difensiva relativa alle reiterate denunce presentate dall’Alesci (ossia la suora accusatrice, ndb) per gli ulteriori episodi di violenza sessuale e minacce accaduti in Roma consegna, ad avviso della Corte, un quadro di totale inattendibilità della principale fonte di accusa il cui resoconto dibattimentale riferito agli episodi oggetto di contestazione nel presente processo presentava già un elevato grado di illogicità ed inverosimiglianza”.
Già la sentenza di primo grado aveva evidenziato come alcune dichiarazioni della religiosa fossero “inusuali ma comunque fenomenicamente possibili”. Come scrivono i giudici di Catanzaro “va osservato infatti che ben difficilmente gli episodi di violenza sessuale oggetto di contestazione nel presente processo sono potuti effettivamente accadere nei luoghi e con le modalità descritte dalla religiosa”. E ancora “altrettanto poco credibile appare poi la riferita sensazione di stordimento ed impossibilità a qualsiasi ribellione, l’essersi spogliata e masturbata come condotta ineludibile ed incosciente, davvero incredibile rispetto ad un comportamento sessualmente attivo, necessariamente volontario e non immaginabile come succube o come possibile frutto di prostrazione. Molti altri profili appaiono – puntualizza la Corte – il frutto di costruzioni inverosimili di Suor Alesci. Le riferite proposte del frate circa una sua attività di prostituzione che sarebbe stata ben remunerata e fonte di grandi guadagni per lui, perché una suora valeva molto e perché conosceva persone disposte a pagare molto per le sue prestazioni sessuali, appaiono veramente prive di alcun senso logica”.
In definitiva contro padre Fedele c’è solo la testimonianza della suora accusatrice, ma mancano altri testimoni attendibili e il racconto della religiosa si presenta “caratterizzato da tratti anche fantasiosi, rafforzando negativamente il giudizio di attendibilità, con la mancanza di alcun riscontro al narrato”. Non esistono elementi probatori che attestino la bontà delle accuse, nonostante padre Fedele fosse accusato di fatti ripetuti nel tempo e non isolati. Ecco perché si è arrivati a questa sentenza.
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