Lunedì 2 marzo 2026, nel Salone di Rappresentanza di Palazzo dei Bruzi, la città di Cosenza ospiterà la presentazione de “La Padrina”
Di Anna Maria Ventura
L’incontro, inizialmente previsto per il 16 febbraio e rinviato a causa delle avverse condizioni climatiche, trova finalmente la sua realizzazione grazie alla promozione della Commissione Cultura della città di Cosenza insieme all’A.I.Par.C. Cosenza, restituendo al pubblico un momento atteso di confronto tra letteratura, memoria e impegno civile.
Un incontro letterario che è anche un momento di riflessione collettiva su identità, memoria e cambiamento, temi che attraversano in profondità l’opera e l’intero percorso narrativo della scrittrice calabrese.
L’evento riunirà istituzioni, studiosi e lettori attorno ad un libro che negli ultimi anni ha assunto un valore culturale e civile significativo, diventando anche strumento di dialogo nelle scuole e nei percorsi educativi dedicati alla legalità e alla memoria.
“La Padrina”, pubblicato da Rubbettino, si colloca nel cuore della narrativa contemporanea del Sud Italia, ma supera i confini regionali per affrontare una questione universale: quanto della nostra vita appartiene davvero alle nostre scelte e quanto, invece, è eredità invisibile?
Il romanzo non è una cronaca sulla ’ndrangheta né un racconto costruito sull’effetto spettacolare della violenza. Palma Comandè sceglie una via più complessa e radicale: raccontare il sistema ‘ndranghetista dall’interno, come cultura, linguaggio e pedagogia affettiva prima ancora che come organizzazione criminale.
La Calabria che emerge dalle pagine è una terra fatta di silenzi, gerarchie implicite, rituali tramandati senza essere nominati. In questo spazio simbolico prende forma la figura della Padrina, donna potente e tragica, custode di un ordine arcaico in cui appartenenza e obbedienza coincidono con la sopravvivenza.
Accanto a lei si muove la nipote Mirià, coscienza inquieta del romanzo, giovane donna attraversata dal dubbio, dal desiderio di scegliere e dall’impossibilità di farlo senza pagare un prezzo altissimo. Il conflitto tra le due non è solo generazionale: rappresenta la tensione eterna tra continuità e cambiamento, tra radice e libertà.
Comandè mostra con lucidità come il potere mafioso si perpetui attraverso relazioni affettive, educazione familiare e modelli interiorizzati. Il vero nodo del libro non è la violenza visibile, ma quella invisibile: il senso del dovere, il ricatto emotivo, l’idea che il destino sia già scritto nel sangue.
La libertà, nel romanzo, non appare mai trionfante. È dolorosa, solitaria, fragile. Ma possibile.
Ed è proprio questa assenza di retorica a rendere La Padrina un’opera profondamente contemporanea: una tragedia moderna che non offre soluzioni facili, ma invita a interrogarsi sulle radici culturali del male e sulla necessità di un cambiamento che sia prima di tutto umano.
Per comprendere davvero “La Padrina” occorre guardare alla sua autrice, perché la scrittura di Palma Comandè nasce da un rapporto intimo e antico con la parola.
La sua voce letteraria sembra arrivare da lontano, come un richiamo notturno sul mare calmo: profonda, essenziale, indipendente. Nei suoi libri la realtà non viene osservata dall’esterno, ma attraversata con delicatezza, trasformata in visione e memoria.
Fin dall’infanzia, Comandè ha vissuto la letteratura come esperienza sensoriale e spirituale, fatta, prima di tutto di ascolto: il respiro dei libri, il profumo delle pagine, la percezione fisica delle parole prima ancora della loro comprensione. Accanto allo zio, lo scrittore Saverio Strati, imparò presto che scrivere significa pazienza, dedizione e amore ostinato per il tempo lungo della creazione.
Seduta in silenzio mentre lui correggeva manoscritti e moltiplicava fogli annotati a penna, assimilò una lezione fondamentale: la scrittura non è privilegio, ma responsabilità emotiva. Un gesto lento, quasi rituale, che richiede ascolto del mondo e di sé stessi.
Cresciuta con “il Sud negli occhi e l’inchiostro nel sangue”, Palma Comandè ha trasformato la Calabria in materia narrativa viva. Nei suoi romanzi la regione è anima collettiva, memoria che canta senza nostalgia sterile, identità che interroga il presente.
Il suo esordio letterario “Per coraggio e per paura” nasce da una ferita personale: il racconto del padre sopravvissuto alla strage di Cefalonia. Da quella memoria familiare prende forma un romanzo capace di interrogare la guerra nella sua dimensione più umana, lontana dall’eroismo retorico.
Successivamente, con “Prima di tutto un uomo”, dedicato proprio a Saverio Strati, l’autrice compie un gesto narrativo coraggioso: raccontare lo scrittore non come monumento letterario ma come essere umano fragile, segnato da contraddizioni e silenzi. È un’indagine sulle radici familiari e sull’identita’.
La continuità tra le opere è evidente: memoria, genealogia, responsabilità morale e centralità delle figure femminili diventano assi portanti della sua ricerca narrativa.
Eppure la scrittura di Palma Comande’ sogna senza gridare.
Il suo stile è misurato, essenziale, privo di compiacimenti. Non cerca l’effetto, ma la densità emotiva. È un realismo che sogna, capace di trasformare il quotidiano in visione senza mai perdere radicamento nella realtà.
Le sue pagine avanzano come un cammino verso il mare all’alba: senza fretta, lasciando che ogni parola diventi orizzonte.
Le donne che occupano il centro della sua narrazione, non sono simboli astratti, sono coscienze vive, custodi e insieme trasformatrici della memoria. In “La Padrina”, questa prospettiva raggiunge una maturità piena: la libertà femminile è conquistata attraverso dubbi, ferite e responsabilità.
La presentazione cosentina assume così un significato che va oltre la promozione editoriale. Diventa occasione per riflettere sul ruolo della cultura in territori spesso raccontati attraverso stereotipi.
Per Palma Comandè, il riscatto passa dall’ascolto delle storie, dalla valorizzazione delle voci locali e dalla capacità di trasformare la memoria in possibilità. La Calabria, sostiene l’autrice, non deve inseguire modelli estranei, ma riconoscere la propria ricchezza nascosta: paesaggi, ferite, talenti e narrazioni capaci di resistere al tempo.
La letteratura, quando incontra i lettori e soprattutto i giovani, torna a essere ciò che è sempre stata nelle sue forme più alte: uno spazio di conoscenza, un atto di libertà, una luce che attraversa le generazioni.
E forse è proprio questo il senso più profondo dell’incontro del 2 marzo: ascoltare una voce che non grida, ma incanta e che, raccontando il destino, insegna lentamente a cambiarlo.

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