«La dignità è al sommo di tutti i pensieri ed è il lato positivo dei calabresi».
La frase di Corrado Alvaro, che apre il bando dell’undicesima edizione del Premio di Poesia Umile Francesco Peluso Calabria Enotria 2026, è la chiave di lettura dell’intera iniziativa. In quelle parole risuonano infatti i valori che hanno attraversato la vita di Umile Francesco Peluso e che oggi continuano a vivere attraverso il premio che porta il suo nome: la dignità della cultura, la responsabilità civile, la fedeltà alle proprie radici e la fiducia nella forza della parola.
Il Premio di poesia è stato creato e portato avanti negli anni dalla figlia Miriam, per ricordare e onorare la memoria del padre.
Promosso dal Kytèrion Centro Studi e Ricerche Valle Media Crati, dall’Associazione Culturale Le Muse Arte e dalla Galleria d’Arte Le Muse di Myriam Peluso, il concorso rappresenta ormai una delle più significative occasioni d’incontro per poeti e appassionati della parola poetica, in lingua italiana e in vernacolo.
Ma prima ancora del premio, c’è la storia dell’uomo cui esso è dedicato.
Umile Francesco Peluso, il senatore che considerava la cultura un servizio.
Nato a Luzzi nel 1915 e scomparso nel 2013, Umile Francesco Peluso appartiene a quella generazione di intellettuali meridionali che hanno vissuto la cultura come missione. Docente, amministratore pubblico, sindaco della sua città, senatore della Repubblica, Peluso seppe coniugare impegno politico e passione letteraria, mantenendo sempre al centro la crescita civile delle comunità.
Fu promotore di premi letterari, fondatore di centri di ricerca e animatore di iniziative che hanno contribuito a costruire un tessuto culturale duraturo in Calabria. Negli anni Cinquanta partecipò alla fondazione del Premio Nazionale di Poesia Dialettale “Città di Cattolica”, coinvolgendo personalità del calibro di Salvatore Quasimodo ed Eduardo De Filippo, e fu tra gli artefici di importanti esperienze culturali come il Premio Sambucina e il Centro Studi Kytèrion.
Dietro l’uomo delle istituzioni viveva però il poeta.
Per molti anni i suoi versi sono rimasti custoditi nella memoria familiare e negli archivi personali. Oggi quella voce è tornata a parlare grazie alla pubblicazione della raccolta postuma “Dolci versi io cercavo ancora nei miei pensieri”, un titolo che sembra già racchiudere una poetica fatta di meditazione, ricerca interiore e nostalgia luminosa.
Non è casuale che il tema scelto per l’edizione 2026 del Premio sia una delle più celebri espressioni di Antonio Gramsci:
«Odio gli indifferenti».
In un tempo in cui l’indifferenza rischia di diventare una forma di anestesia collettiva, la poesia viene chiamata a svolgere la sua funzione più alta: restituire attenzione alle persone, alle ferite sociali, alle speranze e alle inquietudini del nostro tempo.
Gramsci denunciava l’indifferenza come rinuncia alla partecipazione. La poesia, al contrario, è sempre una forma di presenza. Ogni verso autentico è uno sguardo che si posa sul mondo e decide di non voltarsi dall’altra parte.
È un tema che sembra dialogare idealmente anche con la vita di Peluso, uomo delle istituzioni e della cultura, convinto che la conoscenza dovesse tradursi in impegno e che la bellezza non potesse essere separata dalla responsabilità civile.
In un’epoca dominata dalla velocità, dagli algoritmi e dalla comunicazione istantanea, la poesia continua a rappresentare uno dei pochi luoghi in cui il linguaggio recupera profondità.
La poesia sa ascoltare, interrogare Illuminare.
Per questo manifestazioni come il Premio Umile Francesco Peluso assumono un significato che va oltre la dimensione letteraria. Diventano occasioni per riaffermare il valore della parola come strumento di conoscenza, di memoria e di libertà.
La scelta di accogliere opere sia in lingua italiana sia in vernacolo rafforza ulteriormente questa missione. Il dialetto è il deposito emotivo di una comunità, la voce delle radici che continua a dialogare con il presente.
La giuria, composta da autorevoli esponenti del mondo accademico e culturale, vede la presidenza onoraria di Antonio D’Elia, con Massimo Veltri e Maria Virginia Basile per la sezione italiana e Marialuigia Campolongo per quella in vernacolo.
Le opere dovranno essere inviate entro il 20 settembre 2026, mentre la cerimonia conclusiva si terrà il 29 ottobre 2026 nella Sala di Rappresentanza “Umile Peluso” del Comune di Luzzi.
Sarà ancora una volta una festa della parola e della memoria.
Perché alcuni uomini continuano a vivere nelle opere che lasciano. E alcuni poeti continuano a parlare attraverso le voci di chi, raccogliendo la loro eredità, sceglie di non essere indifferente.

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