Di Anna Maria Ventura
E’ evidente a tutti che il Mondo sta soffrendo una gravissima crisi globale di cura. Tutte le spie di allarme sono accese. Le conseguenze dell’incuria, dello sfruttamento, dell’individualismo illimitato, della competizione selvaggia limitano ormai fortemente le nostre libertà e i nostri sogni. Il cambiamento climatico, la crisi energetica, le migrazioni, le guerre in Europa e nel Medio Oriente, insieme a tutti gli altri problemi irrisolti, ci stanno costringendo a fare i conti con la nostra identità planetaria e con la necessità di affrontare responsabilmente problemi globali complessi. Eppure, mentre il sistema di istituzioni e relazioni internazionali costruito per promuovere la pace e il benessere dell’umanità appare fortemente indebolito, molte persone hanno smesso di occuparsi del mondo, chiudendosi in un individualismo esasperato. Cosa sta succedendo? La tecnologia, grazie alla quale l’uomo ha superato i confini della ferinità e ha acquisito gradi di civiltà e cultura di indubitabile rilievo, si è oggi ritorta contro l’uomo stesso che non ne rappresenta più il dominatore bensì il dominato, divenendo essa una sorta di Prometeo scatenato, sfuggito oramai dalle mani e dal controllo del suo artefice. Lo sfruttamento cui l’uomo ha sottoposto la natura in tutti i suoi complessi aspetti ha determinato una crisi ambientale senza pari e una vera e propria malattia del pianeta, le cui conseguenze inevitabilmente ricadono sulla salute fisica e psichica dell’uomo, oltre che sulle sue scelte etiche. Questa crisi ambientale è al contempo anche una crisi valoriale e sociale. Come risolverla? Solo attraverso un esercizio costante e responsabile del lavoro di cura, rivolto sia verso sè stessi che verso gli altri, ma soprattutto verso il pianeta nella sua globalità, si potrà pervenire ad un umanesimo etico e sociale e ad un rapporto più rispettoso e solidale con la natura.

E per parlare di cura mi piace fare riferimento al mondo classico latino e greco. Proprio al mito. Cura, che, nella lingua italiana significa «cura», «premura», ma anche «preoccupazione», «inquietudine», «ansia» è un personaggio della mitologia romana, la cui figura è legata a un logos mitico tramandato da Igino, scrittore e bibliotecario romano del 64 a.C. nel suo manuale mitografico Fabulae. Il mito tramandato da Igino, semisconosciuto, deve buona parte della sua fama alla ricezione operata dalla cultura tedesca e alla conseguente ripresa filosofica fattane da Martin Heidegger in “Essere e tempo”.
Il mito racconta che, un giorno, nell’attraversare un fiume, l’attenzione della dea Cura sia stata attratta dal fango argilloso. Pensosa, senza bene rendersi conto di quello che andava facendo, Cura si mise a modellarla, traendone la figura di un uomo. Fu allora che sopraggiunse Giove, a cui la dea chiese di infondere spirito vitale nella scultura da lei plasmata, cosa a cui Giove acconsentì con facilità. A questo punto, Cura chiese di poter imporre il proprio nome alla creatura, ma il dio glielo negò, sostenendo che il nome di quell’essere doveva provenire da lui, che gli aveva infuso la vita. Ne nacque una disputa, che si complicò quando a essa si unì la Terra: questa riteneva, infatti, che il nome avrebbe dovuto essere il suo, essendo sua la materia con cui era stata plasmata la creatura. Per risolvere la diatriba, fu chiamato a pronunciarsi Saturno, il cui giudizio distribuì le rivendicazioni: a Giove, che aveva infuso lo spirito sarebbe toccato, alla morte di quell’essere, di rientrare in possesso dell’anima; alla Terra, della cui materia l’essere era composto, dopo la morte sarebbe tornato il corpo; ma a possederlo durante tutta la vita sarebbe stata Cura, la prima a plasmarlo. che gli avrebbe dedicato premura e sarebbe stata inquieta e preoccupata per lui. Il nome, invece, non sarebbe toccato a nessuno dei tre contendenti: l’essere si sarebbe chiamato “uomo”, perché creato dall’humus.
Nel vocabolario platonico fino all’Ellenismo, per significare la cura compare la parola epimèleia, che designa la cura come sollecitudine, attenzione, occupazione, ma anche scienza. Il termine inglobava l’indicazione di una serie di pratiche di auto-formazione: epimèleia heautoù il dialogare con sé stessi, il meditare sulle esperienze passate per comprendere il senso, lo scrivere i propri pensieri e le proprie emozioni, in modo tale da poter disporre del materiale necessario per arrivare a una conoscenza di sé continuativa. Possiamo pensare al conosci te stesso socratico. La cura di sé nel mondo antico significava anche dedicarsi a dare forma etica ed estetica alla propria vita, ovvero inventarsi la vita. il “conosci te stesso” era quindi la prima azione per praticare la cura di sé.
La filosofia post-moderna del ‘900 mette l’accento sulla condizione dell’uomo come esserci, l’essere in un mondo. “…l’essere umano è originariamente con altri, è insieme ad altri…” (M. Heidegger, Essere e Tempo). In questa nuova ontologia della relazionalità, l’identità del singolo è strutturata dalle relazioni: l’uomo è l’insieme delle relazioni che organizzano il suo campo vitale.
Luigina Mortari, nel suo libro “Aver cura di sé”, insiste sul tema dell’educazione: “…Prendere a cuore la propria esistenza è un atto che si impara e che può essere insegnato da chi possiede esperienza. Offrire all’altro degli elementi che consentano di assumersi la responsabilità di auto-formarsi nell’avere cura di sé è l’investimento maggiore che si può immaginare a proposito dei più giovani. In questo modo si insegna la libertà e il dialogo…”
La filosofa Elena Pulcini va oltre, sottolinea il concetto di responsabilità come cura, nel suo libro “La cura del mondo”. La filosofa ci invita ad essere consapevoli della propria vulnerabilità e dipendenza proprio perché se vogliamo riconoscerci come soggetti in relazione dobbiamo farci carico dell’Altro.
Per diventare noi stessi abbiamo bisogno di incontrare l’Altro, altrimenti è impossibile sapere cosa ci anima, impossibile uscire dalle nostre prigioni identitarie.
Sempre Elena Pulcini ci esorta a un vivere responsabile poiché viviamo in una situazione paradossale in cui lo sviluppo del nostro potere coincide con la minaccia stessa alla nostra sopravvivenza, nonché alla vita delle generazioni future messa a repentaglio dagli effetti del nostro agire.
Come invertire questa tendenza? Certamente con la cultura. Leggere apre orizzonti diversamente inesplorabili e aiuta a prendersi cura di sé e del mondo.
Se amiamo leggere sappiamo bene che farlo ci permette di frequentare mondi che altrimenti ci rimarrebbero sconosciuti, di aprire orizzonti difficili da immaginare e ci consente di frequentare persone che attraversano lo spazio e il tempo per giungere fino a noi, con le quali possiamo dialogare amabilmente, interrogandole e lasciandoci interrogare in merito al nostro modo di rapportarci con gli altri, con la natura, con il mondo.
I classici latini e greci, in special modo, sono occasione di riconoscimento, di orientamento, di conforto e interrogazione, testi che accompagnano in un viaggio tra i temi cari e necessari all’animo umano, quali l’amicizia, l’amore per la natura, il coraggio, la bellezza, la meditazione, la felicità e che si compie grazie ad autori quali Euripide, Seneca, Eschilo o Cicerone e Quintiliano insieme a personaggi come Alcesti, Prometeo, Antigone, e altri e altri ancora.
E noi figli di Calabria e della Magna Grecia, eredi di quella civiltà che ha colto nel creato la bellezza, l’equilibrio e l’armonia, per farne canoni di arte, di pensiero e di visione del cosmo, abbiamo il dovere di batterci per restituire alla natura bellezza, equilibrio e armonia.
I Greci, dall’antico, splendido e maestoso mondo della Magna Grecia , ancora una volta ci indicheranno la strada attraverso miti e fiabe, tragedie, testi filosofici o poetici, ci guideranno, ci sproneranno, ci suggeriranno possibilità e percorsi per ritrovare la sintonia con la natura e il cosmo. “…Noi non siamo solo quel che mangiamo e l’aria che respiriamo — scriveva Tiziano Terzani — Siamo le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci hanno addormentato da bambini, i libri che abbiamo letto…”. Come non considerare i classici greci e latini, nel senso più antico, un’arte curativa, perché disseminati di azioni eroiche, di sentimenti e di valori che ci guidano, nella complessità dell’oggi, ad avere cura di noi stessi, degli altri e del mondo?
Nell’esistere umano, immerso in relazioni asimmetriche, il lavoro di cura viene ad assumere una connotazione non solo etica ma anche politica: il mio interesse per l’altro e per il mondo è consapevolezza del nostro comune inter-esse e della qualità relazionale della condizione umana.
Cercare l’essenza del “cuore etico” della pratica di cura significa coltivare un’etica della relazione e riconoscere che, grazie ad una nostra apertura ad intercettare i “bisogni del pianeta terra” siamo in grado non di conoscere l’idea del bene, che in sé è come un’idea che va esaminata all’infinito, ma di sentire la passione per il bene comune, che necessariamente dobbiamo condividere con gli altri.
È questa l’essenza della cura del mondo: consiste nell’essere una pratica individuale, ma se si vuole attuare, finisce col diventare azione collettiva. La cura non è un sentimento o un’idea ma un atto, perché è qualcosa che si fa nel mondo in relazione con altri.
Questa consapevolezza dà forza alla mente. Le idee inerti non portano a nulla, mentre quelle vive si nutrono di passione. Bisognerebbe stabilire un ordo amoris, un ordine dell’amore e delle sue priorità.
Vai al contenuto








