Principe, lei pensa che Benito Mussolini fosse rimasto socialista e che il suo pensiero non avesse niente a che vedere con la destra. È noto che durante le trattative con il cardinale Schuster espresse la volontà di lasciare il governo ai socialisti…?
Considerata la personalità di Mussolini, penso che poco prima della fine si considerasse socialista. Vi è traccia di ciò nel suo ultimo discorso a Milano e nelle confidenze fatte a qualcuno dei suoi ultimi fedelissimi di voler indicare come suo erede il partito socialista. Intento che emerse durante l’incontro presso il Cardinale Schuster. Ma, per la tragicità del periodo ed per una sua evidente depressione in quei giorni, a questi ultimi propositi non può, a mio modo di vedere, attribuirsi alcuna importanza.
Qual è il suo giudizio sul Mussolini socialista?

Certamente socialista lo era stato sino al 1914 quando, dimessosi da direttore dell’Avanti, fu espulso dal partito per la sua scelta interventista. Era un socialista rivoluzionario, una sorta di tribuno della plebe combattente per il riscatto dei deboli. Inoltre era un grande oratore (soprattutto per i gusti dell’epoca), spregiudicato, coraggioso ed affascinante. Tutto ciò emerse con chiarezza durante le lunghe permanenze in Svizzera ed in Trentino (ove diresse il locale foglio socialista) e nel corso della “Settimana Rossa”; in quei moti nacque la sua amicizia con Pietro Nenni, con il quale condivise la direzione dei tumulti e l’esperienza del carcere.
La sua intransigenza gli procurò la nomina a direttore dell’Avanti. Il successo riscosso al congresso nazionale del 1912, dove propose ed ottenne la espulsione di Bissolati e Bonomi, importanti esponenti riformisti, determinò così la sconfitta di Turati e dei suoi e la conseguente conquista della guida del partito da parte della corrente massimalista.
È utile segnalare, per una esauriente lettura della personalità di Mussolini, che Bissolati e compagni furono espulsi perché erano sostenitori di Giolitti nella decisione di dichiarare guerra all’Impero Ottomano per la Libia. E sappiamo che Mussolini, insieme alla gran parte del PSI, era convintamente contrario alla guerra. Due anni dopo cambiò radicalmente idea e divenne, per come già detto, interventista. Quindi venne a sua volta espulso dal Partito Socialista.
Mussolini, successivamente, mantenne i suoi propositi socialisti per un certo tempo, tant’è che il “Popolo d’Italia” alla sua prima uscita si presentò come “giornale socialista” e di sinistra può essere definito anche il programma dei Fasci Nazionali di Combattimento (nati nel 1919), che si trasformarono in PNF nel 1921.
Ma immediatamente dopo, di fatto, Mussolini si mise al servizio degli agrari e degli industriali, delle forze più retrive e conservatrici del paese, impaurite dai vuoti proclami dei massimalisti e della corrente comunista del PSI, poi protagonista della scissione di Livorno nel 1921, che affermava di “voler fare come in Russia”. I propositi messi in atto durante “il biennio rosso” finirono per agevolare la saldatura del fascismo, che venne visto come forza normalizzatrice, con i poteri forti economici, militari, di polizia e con la monarchia. Tutto ciò porto alla marcia su Roma e all’incarico a Mussolini di formare il nuovo governo.
Del resto Nenni, nel loro ultimo incontro nel gennaio 1921 a Cannes, passeggiando di notte sulla Croisette, ad un Mussolini che gli professava la sua fedeltà ai valori che li avevano uniti sin dal 1910, predisse che sarebbe diventato strumento della borghesia, della violenza liberticida e della morte.
La previsione nenniana si è avverata, al netto di qualche bagliore da destra sociale, come la istituzione dell’IRI, dell’AGIP, come il potenziamento dell’INPS, come le tante opere pubbliche realizzate, a voler tacere di alcuni profili del corporativismo, che tanto incuriosirono Gramsci e che tuttora andrebbero meglio studiati. Ma che non consentono di modificare il giudizio assolutamente negativo su un uomo pubblico che si è reso responsabile della cancellazione delle libertà, dei diritti fondamentali e naturali dell’uomo, che ha ordinato l’omicidio degli avversari politici, che si è alleato con un folle criminale, che ha emanato le leggi razziali e che ha lasciato un paese in macerie per aver dichiarato una assurda ed avventurosa guerra.
Per come noto, sono un socialista riformista non pentito, che considera riforme vere solo quelle leggi che fortificano le libertà e che sostengono le ragioni di chi è rimasto socialmente indietro, promuovendone il riscatto anche attraverso il rafforzamento del merito. La metodologia, quella riformista, va attuata seguendo percorsi istituzionali democratici.
Debbo dire che il socialismo riformista ha lasciato un forte segno positivo attraverso le riforme realizzate nel primo decennio del secolo scorso e durante il primo centro-sinistra (quello vero di Moro e Nenni). E ha tentato di risorgere nei momenti migliori del periodo craxiano. Si può dire che abbia avuto due grandi nemici mortali: Mussolini e Lenin.
Mussolini che nel 1912 determinò la vittoria dei massimalisti e la sconfitta della corrente riformista di Turati, Treves, Prampolini e Matteotti, che avevano diretto il partito nell’epoca Giolittiana. E fece di più, determinando la prevalenza della burocrazia di partito rispetto alle rappresentanze istituzionali e sociali, parlamentari, sindaci, cooperative, leghe e sindacati, tutti guidati da esponenti riformisti.
Lenin che chiese al PSI di approvare, nel prossimo congresso, 21 punti inviati da Mosca, per ottenere la adesione alla III Internazionale. Il ventunesimo punto imponeva l’espulsione dei riformisti dal partito. La maggioranza massimalista era unitaria e si rifiutò di espellere Turati e compagni. Ciò determinò a gennaio 1921 la scissione di Livorno e la nascita del PC d’Italia.
Il successo del fascismo fu agevolato in definitiva soprattutto dalla monarchia, ma la crisi socialista e del sindacato, acuita dalla scissione, lo favorì.
L’attuale crisi della sinistra affonda le sue radici in quella stagione, da quando cioè l’utopia rivoluzionaria, condita dalla retorica massimalista (il volere tutto e subito), prevalse sul gradualismo riformista che mai più riuscì a produrre i suoi benefici effetti, come aveva saputo fare nel primo decennio del’900 e durante il primo centro-sinistra.
Mussolini e Lenin si pentirono entrambi di aver tarpato le ali al socialismo italiano. Del Duce abbiamo già detto, ma a pentirsi ci mise trent’anni. Lenin si pentì dopo poco tempo, allorché disse a Gramsci, andato a Mosca, che la scissione era stata un errore e che bisognava unificarsi con i socialisti.
Secondo lei, Mussolini potrà mai essere considerato una figura politica appartenente alla sinistra o proprio alla sinistra non conviene che ciò avvenga, nonostante la sua lunga militanza socialista?
È del tutto evidente che Mussolini deve essere considerato storicamente un uomo di estrema destra, un dittatore liberticida che si è macchiato di atroci delitti e della rovinosa distruzione del paese che ha governato per più di vent’anni. La sua iniziale militanza socialista, sempre antagonista dei riformisti, non modifica, neanche scalfisce, il giudizio storico nettamente negativo.
Secondo lei quali sono le differenze ideologiche tra il fascismo, nella sua complessità, e l’attuale destra?
La destra attuale, a mio avviso, considerata complessivamente, evidenzia quantomeno una simpatia, con venature nostalgiche, verso il fascismo. Del resto, se i simboli hanno un valore bisogna riconoscere che la “Fiamma Tricolore“ rappresenta una continuità con Salò e con il MSI.
In FdI si riscontra una tendenza a conferire al vertice un forte potere decisionale. Questa visione ha indubbiamente ispirato la riforma del “premierato”, molto pericolosa a mio avviso, soprattutto in presenza di un parlamento non di eletti ma di nominati in gran parte proprio dalla personalità del leader assoluto del suo partito e della maggioranza che lo esprime. In tal modo, ci troveremmo di fronte ad un Parlamento asservito ai voleri del Presidente del Consiglio. Come non riconoscere che tutto ciò è figlio di una cultura autoritaria?
Inoltre, è evidente la tendenza della destra attuale a legarsi con i poteri forti dell’economia, come dimostra il rapporto con Musk ed il balletto sugli extraprofitti delle grandi imprese. Musk è una potenza economica globale, che pretende di fare politica con prese di posizioni inaccettabili, come quella sulla politica tedesca a sostegno dei neonazisti. Addirittura, secondo alcune fonti, la famiglia di Cecilia Sala si sarebbe rivolta a Musk per favorirne la liberazione. È pur vero che la destra assume decisioni condivisibili verso il mondo del lavoro e verso la famiglia, del resto tipiche della destra sociale. Ma complessivamente si riscontrano disattenzioni verso il welfare, sanità in primis. Molto grave, in contraddizione con la tradizione della stessa destra, il sostegno alla cosiddetta “Autonomia Differenziata”, che persegue la “Disunità d‘Italia”, e ciò rappresenta una cosa non bella per dei ”Patrioti”. Infine per quanto riguarda il diverso (per provenienza, per il colore della pelle, per religione, per abitudini sessuali) si ha l’impressione che tuttora venga additato come un nemico, in continuità con la cultura della destra di provenienza nazi-fascista. Ed, infatti, preoccupa come oggi viene intesa ed affrontata la questione immigrazione. Con ciò, non voglio dire che oggi in Italia vi siano rischi per la democrazia, anche perché la storia non si ripete mai due volte e con le medesime modalità.
Sul rapporto con Trump certamente è necessario mantenere un ottimo rapporto con il nostro maggiore alleato. Si può svolgere in autonomia e salvaguardando la dignità del Paese, pur nel rispetto dei Patti e dei Trattati (ad esempio Sigonella).
L’impressione che tra il nuovo Presidente americano e il nostro Presidente del Consiglio ci sia qualcosa in più è molto forte: un rapporto che travalica quello abituale tra i leader di stati importanti ed alleati.
Ed infatti, alcune dichiarazioni giustificatorie di posizioni incommentabili di Trump suscitano forti perplessità. Ciò fa nascere un quesito: la Meloni vuole fare di FdI un partito conservatore di stampo europeo, oppure un soggetto politico con le caratteristiche di Trump, Orban e Milei?
Personalmente, da avversario politico e per il bene della nostra Repubblica, preferirei la prima ipotesi; ma senza escludere la seconda, poiché il mondo tende, ahimè, da quella parte ed alla Meloni bisogna riconoscere l’intelligenza e la spregiudicatezza di saper fare la scelta più conveniente.
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