Banner Conad

Proteste in Calabria, Ettore Bruno e Alessandra Pasqua: “Dividere le piazze tra Nord e Sud fa il gioco dei palazzi”

Gli autori mettono in guardia contro una narrazione mediatica distorta. Contrapporre i blocchi pacifici della Calabria ai cortei delle città settentrionali cancella le radici comuni di un disagio sociale che unisce studenti e lavoratori.

Si vivono giorni caldi in Italia in questo periodo. Dopo le rivolte in Spagna per il caro affitti, in Francia per i mancati investimenti nella scuola pubblica a vantaggio del riarmo, si accendono le piazze in Italia.

Al Sud, da più di venti giorni, monta la protesta di agricoltori e autotrasportatori contro il caro carburante che sta mettendo in ginocchio interi settori, a cui si sono aggiunte le rivendicazioni degli studenti che manifestano contro il caro affitti e reclamano maggiori investimenti nell’istruzione nonché i malumori di chi chiede una pace vera, che non può essere garantita dal riarmo.

In questo quadro di cortei e blocchi che accendono il paese, l’informazione nazionale dedica le prime pagine alla violenza distruttiva di gruppi di contestatori che a volto coperto mettono a soqquadro le piazze delle grandi città; diversamente, gli agricoltori e gli autotrasportatori del Sud non hanno voce perché la loro protesta è non violenta, civile, dignitosa, seppur disperata. Sono i nuovi poveri, i lavoratori onesti sfruttati dalle logiche di un mercato liberista che arricchisce le multinazionali e spreme all’osso chi si sporca le mani nella terra. Con l’Autonomia differenziata la disuguaglianza diventerà disparità di legge, in barba ai principi costituzionali.

La TV di Stato è solerte nel ricordarsi delle piazze calabresi quando si allestiscono mega spettacoli, diviene dimentica del Sud quando deve documentare il disagio e la nuova povertà dei lavoratori. La violenza che si dovrebbe documentare non è solo quella delle piazze ma anche quella dei gruppi finanziari che scacciano il popolo dal centro storico delle grandi città, riservandolo agli abbienti; quella dei grandi gruppi della sanità privata che sottraggono cospicue risorse a quella pubblica; quella dei colossi energetici che speculano sul prezzo dei carburanti mettendo in ginocchio tutta l’economia mondiale; quella dei governi che smantellano il welfare per investire nel riarmo.

In questo contesto, non giova a nessuno sbandierare la contrapposizione tra le protesta pacifica al Sud, in Calabria in particolare, e le manifestazioni asseritamente violente delle città del Nord. Fissare e generalizzare questo contrasto rischia di apparire inutile se non dannoso, di creare divisioni e fare il gioco di chi è destinatario delle legittime proteste e rivendicazioni. Diversamente, occorre rimarcare sì un distinguo, ma quello tra le azioni di protesta sacrosanta, pacifica e civile che si sta consumando al Sud e le legittime e altrettanto sacrosante rivendicazioni urlate nei cortei, colorati e sostenuti dai docenti, degli studenti che nelle grandi città del Nord reclamano un’istruzione meno costosa e alla portata di tutti da una parte, e dall’altra le azioni scellerate dei gruppi organizzati di facinorosi, balordi e/o di possibili infiltrati.

E la politica, tutta, non resti chiusa nei palazzi e la smetta, una volta per tutte, specialmente in Calabria, di agitare slogan e di recitare le solite litanie fatte di annunci autocelebrativi e proclami roboanti ma cerchi il dialogo con i manifestanti per comprendere le ragioni delle loro rivendicazioni e agire nella giusta direzione.

Se si fatica a comprendere questo, serve e servirà sempre a ben poco discutere nei talk show come nei circoli e nei salotti di diritti, di stato sociale, sanità, diritto di manifestare, caro carburante, caro vita, università e istruzione.

Condividi questo contenuto