Alla fine dell’estate si ripete l’esodo dei giovani verso il Nord. Il cambiamento climatico e il calore urbano possono restituire valore alla geografia dei piccoli centri, ma occorrono occupazione e servizi.
Di Anna Maria Ventura
Ogni anno, alla fine dell’estate, nei borghi della Calabria si ripetono scene ormai familiari.
Le piazze, che per qualche settimana sono tornate a riempirsi, si svuotano lentamente. Le stazioni ferroviarie si riempiono di giovani, che con i loro trolley aspettano i treni, che li porteranno lontano.
Le automobili riprendono la strada verso le città del Nord: Roma, Milano, Bologna, Torino, oppure verso altri Paesi europei.
Le case che ad agosto hanno riaperto porte e finestre tornano silenziose. Nei bar rimangono pochi clienti, le strade diventano più tranquille e molti anziani tornano a essere, ancora una volta, la parte più numerosa della comunità.
È l’esodo di settembre, quello che si vede con gli occhi ma che racconta qualcosa di molto più profondo: lo spopolamento dei borghi calabresi.
Per decenni la Calabria ha assistito alla partenza dei suoi abitanti. Prima verso le grandi città industriali italiane, poi sempre più spesso verso l’estero. Oggi il fenomeno assume caratteristiche nuove: a partire sono soprattutto i giovani, spesso diplomati e laureati, cioè proprio quelle persone di cui i piccoli centri avrebbero maggiormente bisogno per costruire il proprio futuro.
Il problema, dunque, è che con la diminuzione del numero degli abitanti, diminuisce soprattutto la popolazione in età lavorativa e riproduttiva. E quando una generazione se ne va porta via competenze, famiglie future, consumi, iniziative, associazioni, idee.
È facile raccontare lo spopolamento attraverso la nostalgia.
Le case vuote, le saracinesche abbassate, le fotografie dei paesi pieni di vita, le feste patronali che un tempo richiamavano intere famiglie. Ma la nostalgia, da sola, non basta a spiegare perché un giovane dovrebbe restare.
La domanda fondamentale è molto più semplice: di che cosa dovrebbe vivere?
Un borgo può avere un centro storico straordinario, una posizione panoramica, un patrimonio architettonico importante, prodotti agricoli di qualità e una comunità ancora capace di accogliere. Ma se mancano lavoro, servizi, collegamenti e prospettive professionali, la bellezza rischia di trasformarsi in un museo.
E nessun borgo può sopravvivere come museo.
Per questo il contrasto tra la partenza dei giovani alla fine dell’estate e la bellezza dei luoghi che lasciano dovrebbe farci riflettere su una questione più ampia: il problema dei borghi calabresi riguarda certamente il passato, ma soprattutto il futuro.
Il clima sta cambiando. E cambia anche il valore dei luoghi.
C’è infatti un elemento che fino a pochi anni fa non occupava questo dibattito con la stessa forza: il cambiamento climatico.
Le città, soprattutto quelle più grandi e densamente costruite, stanno sperimentando estati sempre più difficili. L’asfalto e il cemento accumulano calore, gli edifici trattengono temperature elevate durante la notte e le cosiddette isole di calore urbane rendono le ondate di caldo ancora più pesanti.
Di fronte a questo scenario, alcune caratteristiche geografiche dei borghi calabresi potrebbero assumere un valore nuovo.
Molti piccoli centri sorgono sulle colline e sulle montagne, a quote differenti rispetto alle grandi pianure costiere. Alcuni sono esposti ai venti, altri immersi nel verde, altri ancora caratterizzati da una struttura urbana compatta, con strade strette, muri in pietra e abitazioni addossate le une alle altre. In molti casi esistono condizioni microclimatiche che possono rendere queste località più vivibili durante i periodi di caldo estremo rispetto alle aree urbane più congestionate.
Certamente è errato ritenere che tutti i borghi siano automaticamente più freschi e che basti trasferirsi in collina per risolvere gli effetti del cambiamento climatico. Significa però che la geografia potrebbe tornare a essere una risorsa economica e sociale.
Quello che per decenni è stato considerato uno svantaggio, la distanza dalle grandi città, la posizione montana, la bassa densità abitativa, potrebbe diventare, almeno in parte, un elemento di attrattività.
È qui che il tema climatico incontra quello demografico.
Se le città continueranno a diventare più calde e congestionate, potrebbe crescere la domanda di luoghi caratterizzati da maggiore qualità ambientale, spazi verdi, minore densità abitativa e temperature più sopportabili.
I borghi calabresi potrebbero intercettare questa domanda.
Ma a una condizione fondamentale: bisogna avere un motivo per restare.
Il lavoro viene prima di tutto.
Lo smart working può essere una possibilità, ma non può essere considerato la soluzione universale. Servono imprese, servizi digitali efficienti, sanità, scuole, trasporti, attività artigianali, agricoltura innovativa, turismo non esclusivamente stagionale, assistenza alla persona, servizi culturali e nuove professioni legate alla gestione del territorio e alla transizione ecologica.
Servono soprattutto opportunità per i giovani.
Perché non avrebbe senso convincere un ragazzo calabrese emigrato a tornare nel proprio paese se, dopo il rientro, dovesse nuovamente partire pochi mesi dopo per cercare un lavoro.
La sfida potrebbe essere quella di costruire una nuova economia attorno alle caratteristiche specifiche di ciascun territorio.
Agricoltura di qualità e trasformazione dei prodotti locali. Turismo lento e destagionalizzato. Recupero delle abitazioni abbandonate. Comunità energetiche. Manutenzione del territorio. Servizi per gli anziani. Attività culturali. Artigianato. Lavoro digitale. Piccole imprese tecnologiche. Formazione.
E soprattutto una nuova capacità di collegare queste attività tra loro.
Un borgo difficilmente può competere da solo con una grande città. Ma una rete di borghi, collegata digitalmente e fisicamente, potrebbe costruire un’offerta completamente diversa.
Nella consapevolezza che sarebbe impossibiIe riportare i paesi alla popolazione di cinquant’anni fa e, in alcuni casi, nemmeno auspicabile, bisognerebbe, tuttavia, costruire una nuova forma di abitabilità.
Meno abitanti, forse, ma più giovani. Meno seconde case chiuse per undici mesi, più abitazioni realmente vissute. Meno dipendenza dalla stagione estiva, più economia distribuita durante tutto l’anno.
Ogni estate i giovani tornano.
È questo, forse, il dato più interessante.
Tornano per incontrare gli amici, per rivedere i familiari, per partecipare alle feste, per ritrovare il mare e la montagna, per riaprire una casa che appartiene alla propria storia.
Poi ripartono.
La domanda che dovremmo porci è: che cosa troverebbero se decidessero di rimanere?
Perché il patrimonio più importante dei borghi sono certamente le chiese, i palazzi, i panorami e le tradizioni. Ma sono soprattutto le persone che potrebbero ancora abitarli.
Il cambiamento climatico potrebbe modificare il valore relativo dei territori. Ciò che ieri sembrava periferico potrebbe domani diventare desiderabile. La collina potrebbe rappresentare una risorsa contro il calore urbano. La bassa densità potrebbe diventare un vantaggio. La vicinanza alla natura potrebbe assumere un valore economico crescente.
Ma questa trasformazione non avverrà spontaneamente.
Il clima può creare una nuova domanda di territorio. Solo il lavoro può trasformarla in una nuova popolazione.
E allora forse l’immagine dei giovani che a settembre lasciano i borghi più che l’ennesima fotografia dello spopolamento,
potrebbe diventare una domanda rivolta alla Calabria: perché dovrebbero ripartire, se riuscissimo finalmente a costruire qui le condizioni per farli rimanere?
La partita dei borghi, in fondo, potrebbe giocarsi proprio sull’incrocio tra due fenomeni apparentemente lontani: da una parte l’emigrazione dei giovani, dall’altra un pianeta che diventa sempre più caldo.
E forse, proprio mentre alcune città diventano meno vivibili, quei luoghi che per decenni abbiamo considerato marginali potrebbero scoprire di avere una risorsa che nessuna grande metropoli può costruire da zero: la loro geografia.
A patto, però, di trasformarla in futuro.La partita dei borghi, allora, potrebbe giocarsi proprio sull’incrocio tra due fenomeni che finora abbiamo guardato separatamente: da una parte l’esodo dei giovani, dall’altra un pianeta che diventa sempre più caldo.
È un paradosso che la Calabria non può permettersi di ignorare.
Mentre le grandi città cercano soluzioni per difendersi dal calore, dalla congestione e dalla perdita di qualità della vita, molti borghi calabresi continuano a perdere abitanti, lasciando inutilizzati case, territori e patrimoni costruiti nel corso dei secoli.
Forse è arrivato il momento di smettere di considerare questi luoghi come ciò che resta dopo che tutti sono partiti. E cominciare a considerarli come ciò da cui qualcosa può ripartire.
Ma per farlo, servono lavoro, servizi, connessioni, scuole, sanità e una visione politica capace di trasformare un vantaggio geografico in un’opportunità concreta.
Perché il clima può rendere nuovamente preziosi i luoghi che abbiamo abbandonato. Ma saranno le opportunità a decidere se quei luoghi torneranno a essere abitati.

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