Il numero 10, quello che più di ogni altro accende la passione dei tifosi ed entusiasma le folle.
Chi ha la fortuna, l’onore, o l’onere in taluni casi, di indossare questa maglia, non può limitarsi al semplice compitino, è obbligato a stupire, possibilmente con giocate fuori dal normale. E pensare che fino al 1958 veniva considerato un numero come tutti gli altri, privo di particolari connotazioni intrinseche. Fu per questo che, alla vigilia del mondiale di Svezia, il ct del Brasile Vicente Feola decise di consegnarlo, senza star lì a pensarci più di tanto, ad un 18enne, sconosciuto ai più, cresciuto tra mille problemi nei sobborghi di Bauru.

Quel ragazzino di nome faceva Edson Arantes do Nascimento, detto Pelé: trascinò con colpi mai visti prima la nazionale carioca alla conquista del primo titolo mondiale. Da quel momento in poi la 10 assunse tutto un altro significato. È grazie a lui se i più grandi campioni della storia del calcio sono diventati riconoscibili grazie a quella precisa numerazione. Dal più grande di tutti, il genio del calcio, inarrivabile e irripetibile, Diego Armando Maradona, ad altri che hanno fatto la fortuna delle squadre di club e delle nazionali in cui hanno militato.
In ordine rigorosamente temporale: Sivori, Rivera, Platini, Zico, Rumenigge, Lineker, Gullit, Matthaus, Baggio, Zidane (che per la precisione il 10 lo aveva solo con la nazionale francese), Ronaldinho ecc. Fino ai giorni nostri, con Lionel Messi, unico superstite di una razza in via di estinzione, quella dei calciatori legati ad una sola maglia e ad un solo numero vita natural durante.
E si, perché l’estrema modernizzazione del football ha schiacciato ogni forma di identificazione e simbologia romantica. L’esempio più aberrante? La numero 10 sulle spalle di un portiere: si trattava di Cristiano Lupatelli, estremo difensore del Chievo dei miracoli di Del Neri. È stato il primo, purtroppo non sarà l’ultimo.

Questa lunga premessa era doverosa per far capire che anche in realtà di provincia il significato è sostanzialmente lo stesso. Cosenza, nella sua umile ma dignitosissima tradizione calcistica, ha ammirato fantasisti degni di tal nome e di tal numero. Senza voler andare troppo a ritroso nel tempo: Albertino Urban, funambolico 10 protagonista della promozione in B del 1988; Ciro Muro, a cui è bastata una stagione in rossoblu per mostrare le sue grandi qualità, del resto proprio di Maradona fu comprimario a Napoli nella stagione dello scudetto; Oberdan Biagioni, idolo della tifoseria rossoblu; Enrico Buonocore, il suo piedino fatato, le sue punizioni magistrali; Pietro Maiellaro e quella serpentina che mise al tappeto mezza Fiorentina, compreso il portiere Francesco Toldo.
E ancora: Francesco De Francesco e i suoi eurogol da distanze siderali; Gigi Lentini, l’unico a glorificare la casacca negli anni bui del dilettantismo; Stefano Fiore, al tramonto di una grande carriera che lo ha portato ad avere un ruolo di primo piano anche con la nazionale allenata da Dino Zoff ad Euro 2000. Fino ad arrivare all’eclettico Elio Calderini, discontinuo ma protagonista di giocate importanti e a loro modo memorabili. Da quando è stata inserita la numerazione fissa anche in Lega Pro, oggi Serie C, hanno indossato la 10 dei lupi Giovanni Cavallaro e Giuseppe Caccavallo: il primo ha diviso la tifoseria accendendosi in campo solo a sprazzi, il secondo ha ampiamente deluso ed ha chiuso in anticipo la sua seconda esperienza in riva al Crati.

Oggi è finita sulle spalle di un nuovo acquisto: Juan Manuel Ramos, non proprio il classico “diez”, ma un esterno sinistro dai piedi educati, propenso alla corsa e alla disciplina tattica. La sua condizione di partenza è quella di alternativa a Tommaso D’Orazio. Con lui si giocherà il posto e sarà dura, dal momento che il collega è finalmente tornato sui buoni livelli dell’anno scorso. L’uruguiano però non è di certo l’ultimo arrivato, ha tutti i numeri per ben figurare e i primi minuti in rossoblu hanno destato buone sensazioni.
È una maglia importante e lo sa bene ma non disdegna le pressioni e l’ha chiarito da subito con le prime dichiarazioni ufficiali. A lui il compito di sfatare la maledizione che da qualche anno incombe sulla numero 10 dei lupi.
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