Ambizioso il progetto sul teatro di Pasolini, promosso dal regista Francesco Saponaro all’Università della Calabria

“La grande forza intellettuale di Pasolini è quella di avere riferimenti altissimi. Pasolini, però, era uno spirito innamorato della vitalità, anche plebea, della sua forza pulsionale. Con i miei attori – dice il regista – sto cercando di recuperare nella scrittura una dimensione carnale, usando l’intersezione tra la nostra dimensione più viscerale, partenopea, anche attraverso il linguaggio, e il castigliano. Credo che questa connessione linguistica piacerebbe molto a Pasolini, che ha proiettato la sua indagine antropologica sull’uso del dialetto. Noi traduciamo alcune scene nella lingua maternale, nella lingua delle viscere. A Rosaura che parla castigliano la sorella Carmen risponde in napoletano”.
Ambizioso il progetto di Francesco Saponaro che a gennaio riprenderà il laboratorio che sta tenendo all’Unical, proprio sull’allestimento del Calderòn, in occasione anche del quarantennale della morte di Pasolini. Per il regista è la terza esperienza del genere nell’ateneo calabrese, dopo i lavori su “Chiove” di Pau Mirò e “Dolore sotto chiave” di Eduardo De Filippo, che diventa ora il “nodo di connessione” con Pasolini.
Il Calderón sarà una coproduzione tra l’Università della Calabria e Teatri Uniti, la compagnia di Toni Servillo e Angelo Curti che nel Teatro Auditorium dell’Università della Calabria, spazio d’incontro tra il teatro praticato e il teatro studiato, ha trovato ormai una seconda casa. Il debutto sarà all’Unical il 4 febbraio e lo spettacolo sarà poi in cartellone al Piccolo di Milano.
“È il primo testo teatrale di Pasolini – dichiara il regista – un testo sovversivo perché scompagina le regole del teatro convenzionale borghese, che negli anni ’60 andava per la maggiore, con un intreccio e una complessità linguistica che attraversano tutta una serie di fenomeni che appartenevano alla sua esperienza intellettuale”.
“Il mio lavoro di regia si basa su questa moltiplicazione. È un lavoro lirico, in cui un attore interpreta più figure drammaturgiche, proprio a sostenere una sorte di vertigine interpretativa. Mi piaceva questa “risonanza”, come in una esecuzione viscerale del flamenco in cui si interpretano diverse letras”.
Lo spettacolo godrà inoltre della partecipazione di Anna Bonaiuto, come madre di Rosaura, che interverrà nella mescolanza tra linguaggi e dispositivi diversi. Del lavoro all’Unical il regista è molto soddisfatto. “Sono molto grato per questa opportunità. È importante poter provare in un posto in cui puoi davvero concentrarti. Mi piace molto l’atmosfera, mi piace molto anche andare a mensa, vivere questa connessione diretta con gli studenti che saranno i nostri spettatori. Questo teatro è una grande risorsa, così bello, così grande. È quasi scioccante. Molte città importanti non hanno una struttura del genere. È un sogno – dice Saponaro – che va abitato con consapevolezza. Lo sforzo dell’università, dei docenti come Roberto De Gaetano e Bruno Roberti, di Fabio Vincenzi, dei tecnici che si prendono cura di questo teatro, va sostenuto”.
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