Di Anna Maria Ventura
Roma e Cosenza, pur nella loro distanza geografica e storica, condividono questa capacità: suscitano ricordi e catturano l’anima.
La prima, simbolo universale dell’Impero, della classicità e della cristianità. La seconda, capoluogo silenzioso ma tenace, posto al centro del Meridione d’Italia, erede di un orgoglio bruzio e di un’identità forte ma sommessa. Entrambe sono città “in bilico”: tra antichità e presente, tra gloria e declino, tra sogno e disillusione. Ma cosa mi induce a creare questo gemellaggio ideale?
È cominciato tutto in una moderna libreria romana, sfogliando un dépliant dal design essenziale, elegante. Conteneva immagini della città eterna: non fotografie, ma visioni. Frammenti creati attraverso un’alchimia digitale, sospesi tra sogno e realtà, tra verità e suggestione. Non erano luoghi riconoscibili in senso stretto, eppure contenevano Roma intera. Una Roma vista non com’è, ma come la si sente in certi pomeriggi silenziosi: la pietra che respira, la luce che svela, il tempo che si piega su se stesso.

Da un’immagine particolare, nata in uno spazio artificiale, ma radicata nella memoria più viva, è scaturita in me una riflessione sulla Roma reale, sulle sue bellezze e le sue contraddizioni, su ciò che resta vivo nel respiro della città anche quando tutto sembra frammentarsi nel non senso dell’oggi. Era una Roma “immaginata”, quella dell’immagine che mi ha colpito certo, ma che conteneva quella vera: la Roma della mia memoria, delle mie passeggiate nei pomeriggi sospesi, dei vicoli dove la storia non è solo passata, ma respira ancora.
Quella Roma che ha il potere di generare sogno attraverso le sue crepe, le sue ombre, il suo eterno silenzio.
E da quella riflessione, quasi per naturale assonanza, si è fatta strada in me un’altra città: Cosenza, meno visibile nei circuiti culturali nazionali, ma non meno profonda. Perché anche Cosenza, sebbene più silenziosa, conosce il peso della storia, la sfida del tempo, e la tensione tra bellezza e abbandono. Anche Cosenza ha le sue rovine che insegnano e i suoi vuoti che parlano.
Tra luce e rovina, le due città si sfiorano nei margini del tempo.
Cosenza è Roma al rallentatore, una città nascosta che custodisce anch’essa un tempo stratificato, fatto di pietra, di acqua e di resistenza.
Roma è il luogo dove il passato non è mai finito. Il Colosseo osserva, silenzioso e vasto. Le fontane barocche sussurrano storie d’acqua e potere. Ma Roma, oggi, è anche il rumore dei tram sovrapposto al silenzio delle rovine, le vetrine sature di oggetti inutili in quartieri che sembrano aver smarrito il senso.

Eppure, tra questi contrasti, la città insegna. In una luce che si adagia sui sanpietrini, in un silenzio improvviso in un cortile, Roma rivela la sua verità: la memoria è un tessuto vivo. Il tempo non è lineare. La città non è una mappa ma un respiro.
Roma è il luogo in cui anche il presente, se ascoltato, può diventare storia. Dove ogni rovina ha qualcosa da dire, anche oggi, anche ora.
Cosenza si erge sui suoi sette colli, come Roma, e come Roma conosce l’intreccio tra potere, cultura e resistenza. Antica capitale dei Bruzi, ha mantenuto nel tempo un’anima fiera e riflessiva. Il centro storico bruzio, con i suoi vicoli stretti e le case in pietra addossate l’una all’altra, racconta storie di orgoglio e decadenza. Qui si avverte la storia, ma anche la fragilità del presente.
Il Duomo medievale, che accoglie le spoglie di re ed eremiti, testimonia secoli di fede e d’invasioni. Il Castello Svevo, posto in cima alla città, ha visto passare Federico II, signori e soldati, ma oggi è anche un luogo di cultura, uno spazio che cerca un nuovo senso.
E poi, la Cosenza moderna. Il Ponte di Calatrava, slanciato come una vela nel vento, collega la città storica a quella nuova. È un segno di ambizione, ma anche di inquietudine. Simboleggia il desiderio di futuro, ma attraversarlo è anche un atto di fiducia, una domanda: sarà il nuovo in grado di parlare con il vecchio?
Nel cuore della città, Villa Vecchia è un giardino pubblico che sembra uscito da un’altra epoca. Un tempo luogo d’incontri, di letture, di pensiero, oggi appare in parte trascurato, eppure pieno di presenze. Le panchine sbucciate, i sentieri che si perdono tra gli alberi, le statue che il tempo ha corroso, parlano ancora. Lì, come nei giardini nascosti di Roma, è possibile percepire un’Italia minore ma non meno nobile.
Qui il tempo non è solo cronologia: è sensazione. È nell’aria, nei rumori lontani, in quella malinconia fertile che può diventare rigenerazione.
Cosenza e Roma condividono una tensione comune: il rischio di dimenticare. Di cedere alla modernità priva di radici. Di costruire senza ascoltare. Le periferie, gli edifici abbandonati, gli spazi trasformati in non-luoghi parlano tutti di una ferita urbanistica che è anche esistenziale.
Eppure, anche da queste ferite può nascere visione. A Cosenza, il Museo all’aperto Bilotti (MAB), lungo il corso cittadino, porta l’arte contemporanea nel tessuto urbano. È un esempio di come la città possa dialogare con il presente senza dimenticare il passato. Come a Roma, dove i quartieri più vivaci – da Testaccio a San Lorenzo – sono quelli che hanno saputo innestare memoria e rinnovamento.
Roma e Cosenza sono città che sognano. Una tra le rovine della potenza imperiale, l’altra tra le pieghe del sud dimenticato. Ma entrambe vivono, e ci parlano. Basta saperle ascoltare.
La visione artificiale di una strada di Roma, vista in quel dépliant in libreria, ha acceso il ricordo di una passeggiata reale, e poi ha acceso il pensiero su un’altra città, Cosenza appunto.
Perché ciò che è autentico non è sempre ciò che è “vero” in senso stretto, ma ciò che risuona, che appartiene, che resta in noi per sempre.
Roma e Cosenza ci insegnano che solo chi ha memoria può abitare davvero il presente. E solo chi sa vedere le crepe può trovare la luce.
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