Il presidente del centro studi di Cassano all’Ionio interviene nel giorno dell’anniversario del sacrificio del giudice per rilanciare il valore della giustizia.
“Perché Rosario Livatino è scomodo. E proprio per questo dobbiamo ricordarlo. Non era un eroe da film. Era un ragazzo di 38 anni, con la giacca stropicciata, l’agenda piena di udienze, che andava al lavoro senza scorta sulla statale Agrigento-Caltanissetta. Lo hanno ammazzato lì, il 21 settembre 1990”.
È quanto afferma, Francesco Garofalo, presidente del Centro Studi Giorgio La Pira, di Cassano All’Ionio. “Lo ricordiamo per questi motivi. E sono tutti attuali. Perché ha dimostrato che si può dire di no. Rifiutava compromessi, raccomandazioni, telefonate di amici degli amici. Non perché era un fanatico, ma perché credeva che il diritto servisse a proteggere gli ultimi. “Sub Tutela Dei” lo scriveva sotto ogni provvedimento. Sotto la tutela di Dio. Non dello Stato, non del partito. Perché era un credente che non ha mai usato Dio come alibi. Livatino andava a Messa tutti i giorni, ma non ha mai confuso fede e potere. Diceva: “Quando moriremo, nessuno ci chiederà quanto siamo stati credenti, ma quanto siamo stati credibili”.
È la frase che dovrebbe stare in ogni ufficio pubblico d’Italia. Perché non era antimafia di facciata. Perché è un Beato, non un monumento. La Chiesa lo ha proclamato Beato, martire della giustizia. Non è un santo lontano. Perché ai giovani dice una cosa che nessuno dice più: anche in situazioni difficili si può essere liberi”.

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