Banner Conad

“Sette colli e la confluenza”: un libro che restituisce l’anima al centro storico di Cosenza

Di Anna Maria Ventura

Cosenza vecchia è un labirinto di pietra che non smette di raccontare, città verticale e segreta che vive della confluenza dei fiumi e del respiro dei suoi sette colli, teatro naturale di memorie che scorrono come acqua lenta tra archi, gradini e ringhiere corrose. In questo scenario nasce “Sette colli e la confluenza. Cosenza centro storico”, edito da Coessenza nel 2022, un libro prezioso, nella sua rarità, in cui le fotografie di Francesco Bozzo e i testi di Claudio Dionesalvi si inseguono e si fondono fino a trasformarsi in un unico canto.

Bozzo, fotografo cosentino che ha vissuto a lungo in Australia e che al ritorno ha rivolto l’obiettivo alla sua città come se fosse una creatura da riscoprire, sceglie di catturare non solo i muri e le strade, ma la loro anima nascosta: nei suoi scatti i vicoli diventano vene pulsanti, i colori non restano sulla superficie ma colano dentro chi osserva, rosso di ferri arrugginiti, verde umido che sale dalle pietre, bianco che illumina e addolora insieme. Accanto alle immagini, Dionesalvi, insegnante e scrittore, nato a Cosenza, autore di romanzi, saggi e cronache che spesso indagano le ferite e le resistenze della sua terra, compone testi brevi, densi, che non spiegano ma evocano, che danno voce ai silenzi, che restituiscono odori e gesti, che fanno della prosa un soffio di memoria.

È in questa alchimia che emergono luoghi simbolici, come “a vineddra da nivi”, vicolo sospeso tra ricordo e incanto, che deve il suo nome al fatto che nei seminterrati delle case  si conservava la neve della Sila: diventava ghiaccio, “chuaccio”, per mantenere intatti gli alimenti, e così la strada stessa porta ancora dentro di sé il respiro gelido della memoria, un freddo che non punge ma custodisce.

C’è poi “a ficuzza”, pianta e radice, ombra e rifugio, presenza che resiste tra le case come un cuore verde pulsante, nominata nel testo con la delicatezza di un affetto antico. Ma tra le pagine si accendono anche i grandi emblemi di Cosenza: il “Castello Normanno-Svevo”, sul colle Pancrazio, appare nelle foto come una sentinella che resiste al tempo, le sue mura spoglie diventano chiaroscuri in cui la luce del tramonto si aggrappa e disegna ferite dorate; il “Duomo”, cuore sacro della città, non è ritratto come monumento, ma come respiro interiore, il portale che accoglie e la croce che custodisce si trasfigurano in segni di un’appartenenza che unisce generazioni; il “Gran Caffè Renzelli”, con i suoi tavolini che sanno di epoche stratificate, è luogo di incontri e sospensioni; la Villa Vecchia, giardino di ombre e pause, accoglie i passi come in un abbraccio; il “Teatro Rendano” conserva le voci della scena come un respiro sospeso tra platea e sipario.

E infine la confluenza, cuore simbolico del libro, dove i fiumi Crati e Busento si stringono in un abbraccio che è insieme origine e destino. Nella fotografia più ampia non si distingue un ponte urbano, ma il profilo della ferrovia: il ferro che taglia l’etere e si specchia nell’acqua diventa cifra di un tempo che scorre e si rinnova, modernità che non cancella ma incide sulla memoria.

Le parole di Dionesalvi, con il loro ritmo lento come un’eco sottile, suggeriscono che i due fiumi non si incontrano con fragore, ma con la dolcezza di un riconoscimento antico. È come se la confluenza fosse la città che rinasce ogni giorno, il punto in cui l’acqua non divide ma unisce, il luogo in cui la pietra si fa voce e custodisce parole e leggende, anche quando nessuno le pronuncia. Così lo scatto e la scrittura si completano: la linea di ferro sul fiume, il movimento lento dell’acqua, l’invisibile che pure vibra.

Le fotografie non sono mai fredde, hanno un respiro, sembrano osservare chi le guarda; le parole si insinuano come erbe tra le pietre, profumano di pane, di pioggia, di stagioni passate, e insieme creano un tessuto lirico che rende Cosenza viva, vibrante, palpitante. “Sette colli e la confluenza” è dunque più di un fotolibro, è un rito di restituzione, un atto d’amore per una città che si rischiava di dimenticare, un invito a guardare i luoghi non come scenografie immobili ma come corpi che continuano a respirare.

Chi lo sfoglia non è spettatore, ma viandante: cammina tra i vicoli, sente il rumore dei propri passi, riconosce la dolcezza dell’alba e l’abbraccio della sera, si lascia avvolgere dalle ombre del castello, dal silenzio del Duomo, dalla vitalità del caffè storico, dalla quiete della villa, dal fremito del teatro, dallo scorrere dei fiumi che si fondono  e scopre che i colli e l’acqua non sono geografia ma memoria che si fa presente. È in questa vibrazione che l’opera trova la sua verità: unire sguardi e voci per dimostrare che i luoghi vivono davvero solo quando qualcuno li ama.

Cosenza

Condividi questo contenuto