Sono passati quarantatré anni da quando quella bomba composta da ventitré chili di esplosivo causò la morte di ottantacinque persone e il ferimento di duecento superstiti alla Stazione Centrale di Bologna.
Ancora oggi, non si è arrivati alla risoluzione completa del caso, nonostante siano passati più di quattro decenni. La tesi della strategia della tensione sembra essere la più accreditata. Con essa, come si dice nel Divo di Paolo Sorrentino, si voleva creare terrore per isolare i partiti politici estremi.
O, come supponeva Montanelli, far intendere che le violenze provenissero soltanto da destra. Il termine fu usato per la prima volta dal settimanale inglese Observer il giorno dopo la strage di Piazza Fontana a Milano, nel dicembre del 1969. Si ispirarono ad altre due denominazioni: la “strategia dell’attenzione” usata da Aldo Moro per avviare un dialogo con i comunisti, e la “politica della distensione” tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

L’Observer supponeva che una parte dello Stato avesse l’obiettivo di accrescere la tensione per fini politici. La verità è tuttora sconosciuta. Dopo la strage furono accusati come esecutori materiali i NAR Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.
I due, liberi dopo avere trascorso trent’anni in carcere, hanno sempre dichiarato di essere innocenti. Furono condannati essenzialmente per la testimonianza di Massimo Sparti, uno scassinatore legato alla Banda della Magliana che con Fioravanti aveva un rapporto di inimicizia e diffidenza.
Inoltre gli inquirenti appurarono che i servizi segreti e la P2 fecero di tutto per depistare le indagini, infatti furono condannati il gran maestro Licio Gelli, l’ex agente del Sismi Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Intellettuali di spessore della sinistra come Rossana Rossanda e Furio Colombo difesero Fioravanti e Mambro.
Dalle indagini si acclarò che ad organizzare le operazioni di sviamento fu il generale Giuseppe Santovito, peraltro iscritto alla loggia P2.
Eppure l’azione della magistratura si rivolse all’epoca soltanto all’estremismo nero. Trascurarono il fatto che l’ordine potesse provenire dalla parte deviata dello Stato interessata a impaurire l’elettorato.
Un’ipotesi rimane la pista palestinese e il cosiddetto “lodo Moro”, grazie al quale il nostro Paese era esonerato da attentati terroristici: in questo caso si sarebbe trattato, come disse Cossiga, di un incidente. In questi giorni, si è avanzata la proposta a Montecitorio di una nuova commissione d’inchiesta che possa far luce finalmente su come si svolsero i fatti.
Nel frattempo la strage di Bologna rimane il più grave atto terroristico avvenuto in Italia e uno dei tanti misteri irrisolti della nostra storia recente. Che siano stati neofascisti o servizi deviati desecretare gli atti dell’epoca può essere molto utile in un Paese in cui tantissime stragi non hanno trovato giustizia. Per non dimenticare.
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