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Terremoti: in Italia tre case su quattro sono a rischio ma la prevenzione è quasi nulla

Cosa fa l’Italia nell’ottica della prevenzione sui terremoti? Per rendere sicure le case degli italiani bastrebbe usare la metà degli introiti dovuti a una eventuale tassazione sulla prima casa

Shock e terrore.
Delirio e macerie.
Vite che si frantumano tra le mura che crollano .
Qualche respiro affannato sotto i rottami.
Un addio della storia e cuori a pezzi.

E’ questo l’inquieto scenario che emerge dai terribili avvenimenti che hanno sconvolto l’Italia, lo scorso 24 agosto: paesi rasi al ruolo e vite che non possono essere dimenticate.

Le immagini devastanti dei distrutti borghi medievali rietini hanno fatto il giro del web e dei notiziari, lasciando ovunque, specialmente nei connazionali, una sensazione di forte commozione e di dispiacere, che si è tradotta in un’intensa azione di solidarietà.

Ma è, soprattutto, un’angosciante riflessione a governare la mente degli italiani in queste ore post- terremoto, dominate da una sconvolgente e consapevole possibilità: quella che, la prossima volta, possa toccare a loro.

I terremoti, secondo alcuni esperti, “fenomeni in parte prevedibili”, per noi appartengono ancora alla sfera del casuale e dell’ineluttabile: forse perché l’imprevedibilità della natura matrigna somiglia tanto a quella di una furia ceca che getta la sua azione distruttrice ovunque capiti, senza mandare avvisi o inviti, facendo sì che l’appuntamento con la morte diventi immediato e senza scampo.

O forse perché, in una dimensione meno fatalista, il nostro Paese pare comportarsi molto da “padrone” e poco da “padre previdente” ,pur conoscendo bene i rischi e i costi di un certo operare.
Quella che emerge in queste ore , tra i cittadini è, soprattutto, la paura per quelle che dovrebbero essere le culle dal rifugio sicuro : le proprie case.

Quelle stesse case per la cui sussistenza si pagano svariate tasse.
Gli italiani hanno sempre più paura di vivere “in case non antisismiche”: non a caso, in queste ore, assistiamo all’affermazione per cui è molto probabile che se i terremoti verificatisi nel centro Italia si dì fossero verificati in Giappone i danni sarebbero stati assai meno gravi , specie in termini di vite umane.
Inquietante.

Qualunquismo, esagerazione o paura legittima?

Che l’Italia si trovi in una zona ballerina, si sa: fino al 1980 il 25% del territorio era considerato a rischio sismico, oggi siamo a più del 70%. Ma quello che non si sa è che la maggior parte degli edifici risalenti a prima del 1980 sono stati costruiti ‘impavidamente” come se non ci fosse un domani, in virtù di una legge non temeva alcun terremoto e non disciplinava alcun obbligo in materia.

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Risultato è che oggi, in Italia, solo poco più di un edificio su quattro rispetta le norme antisismiche. Ciò vuol dire che tre case su quattro, probabilmente, non sono in grado di reggere nel caso di terremoto.

D’altra parte, la storia pare dar ragione alla geografia, visto che il nostro paese sembra essere “abbonato” ai terremoti: nell’arco di quarantotto anni, dal 1968 al 2006, otto sono stati i sismi distruttivi dalle Alpi a Pantelleria.

Praticamente, un terremoto ogni sei anni.

Dodici su venti sono state le regioni colpite dal 14 gennaio 1968, giorno in cui tremò il suolo del Belice e il 24 agosto del 2016, data di miseria e macerie per il Lazio e le Marche: Sicilia, Friuli-Venezia Giulia, Campania, Basilicata, Marche, Umbria, Puglia, Molise, Abruzzo, Emilia-Romagna, Lombardia, Lazio.

Un conto efferato, che non va troppo indietro nella storia, nella quale si trovano terremoti distruttivi in Piemonte e Liguria (1564, circa mille morti), in Toscana (1920, 300 morti) e in Calabria (1905, 557 morti).

In questi quarantotto anni, dal 1968 al 2006, secondo i dati dell’Ufficio Studi della Camera dei Deputati, l’Italia impiegato l’enorme cifra di 121 miliardi di euro per la ricostruzione dei paesi terremotati: circa 2,5 miliardi all’anno (senza contare i costi determinati dal sisma dello scorso 24 agosto), oltre, ovviamente, i costi inerenti alle imprese che chiudono battenti, gli ammortizzatori sociali per chi ha perso il lavoro, gli sgravi fiscali, le esenzioni dalle imposte etc.

Ma ciò che è sconcertante è che prevenire costerebbe un terzo di quanto si è speso per ricostruire.
Incalzante, in tal senso, la dichiarazione dell’ex ministro Corrado Clini che ha affermato, a poche ore dal dramma che ha colpito Amatrice, Pescara del Tronto e Accumuli che “avere una casa sicura costa solo il 10 per cento in più”. Un’affermazione che merita di essere ascoltata e che deve farci riflettere ma che, soprattutto, deve mettere in moto lo Stato.

Infatti, è surreale come, in un’ottica di risparmio e di tutela, lo Stato preferisca spendere 2,5 miliardi all’anno per quarantotto anni per ricostruire, anziché la stessa cifra per quindici anni per prevenire.

Non è possibile riproporre questo sistema, fatto di scelte economicamente sconvenienti e moralmentedevastanti.
L’ennesimo paradossale fenomeno di un Paese che che ha messo in Legge di Stabilità 2015 4,5 miliardi per abolire un anno di tasse sulla casa e non ne utilizza il 2,5 per renderla sicura.

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