L’esperienza di insegnamento a distanza che il sistema universitario italiano sperimenta a causa della situazione emergenziale, fa riflettere sulla maggiore flessibilità e dinamicità del sistema formativo e della ricerca universitari.
La particolarità della didattica universitaria, la cui funzione è il trasferimento agli studenti dei risultati della ricerca, induce a considerazioni non comuni al sistema formativo primario e secondario.
L’espansione sistemica della formazione a distanza agevola forme di federazioni e cooperazione intra e infra Atenei. Ciò agevola la massima collaborazione e scambio tra i ricercatori nel comunicare a classi di studenti -non territorialmente definiti- lo stato di avanzamento delle ricerche.
Questo nella formazione di laurea e ancor più in quella post laurea. È agevolata anche la cooperazione con studenti stranieri ai quali si può erogare formazione in una mobilità virtuale che facilità una più pervasiva internazionalizzazione.
Lo stesso dicasi per l’accesso alla formazione superiore delle classi svantaggiate come lavoratori e studenti con disabilità, ovvero, per ridurre le condizioni di disagio connesse al pendolarismo dei docenti. A questo ultimo proposito la stessa distinzione tra tempo pieno e definito è posta in crisi. Si impone un ripensamento dell’utilizzo degli spazi per la didattica e il diritto allo studio.
Gli Atenei trasferiscono con maggiore semplicità un patrimonio culturale «comune», ossia accessibile a tutti, che accentua una virtuosa competizione. In questo, l’autonomia organizzativa degli Atenei trova nuovi spazi di intervento.
Sono messi in discussione la relazione personale docente-studente e le ricadute socioeconomiche che gli insediamenti universitari generano nella realtà ospitanti. Comunque, nella ricerca della bilanciata combinazione, difficilmente si ritornerà allo stato pre emergenziale.
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