Banner Conad

Vincenzo Iaquinta: “Fatti a pezzi perché calabresi”

Chi non ricorda Vincenzo Iaquinta, l’ex nazionale italiano, il campione del mondo del 2006 della nazionale di Marcello Lippi che alzò la coppa del mondo a Berlino. Vincenzo Iaquinta calabrese doc nato a Crotone ed emigrato a Reggio Emilia con la sua famiglia alla fine degli anni ottanta ancora nel 2021 paga le colpe di essere “calabrese” e di essere associato al mondo della malavita organizzata.

Dopo quella straordinaria stagione sportiva lui e la sua famiglia sono stati travolti da un’inchiesta giudiziaria che ha portato in carcere suo padre Giuseppe dove sta scontando a 13 anni per una condanna in Appello  (in primo grado erano stati 19) per il reato di associazione di stampo mafioso.

Dalle pagine del Riformista, Vincenzo Iaquinta in un’articolo firmato Ciro Cuozzo ribadisce la sua estraneità ai fatti e si augura che “Il cognome Iaquinta deve tornare pulito come era prima. Tutto questo è umiliante ma ho fiducia nella giustizia e nella Cassazione, ho guadagnato soldi puliti grazie al calcio, io e la mia famiglia non ci andiamo a sporcare con queste merde, perché così vanno chiamate”.

Una posizione quindi lontanissima dagli ambienti della ndragheta. L’indagine che ha portato i Iaquinta nelle aule di tribunale è la famosa operazione Aemilia (del gennaio 2015) contro la cosca crotonese dei Grande Aracri, radicata nel Centro Italia con base Reggio Emilia.

“Non c’è nessuna prova che fa parte della ‘ndrangheta (ndr il papà Giuseppe), solo indizi, supposizioni, tutto materiale non riscontrato. Eppure è lì dentro (ndr nel carcere di massima sicurezza di Voghera)”.

L’ex calciatore ci tiene anche a precisare che: “Per molte persone siamo colpevoli a prescindere, ci considerano mafiosi. Fortunatamente ho tanti amici che mi vogliono bene e nel mondo del calcio mi sento ancora con i compagni di squadra del Mondiale. Ma qui, a Reggio Emilia, la mia famiglia è stata martellata sui giornali. È successo di tutto”.

In più per Iaquinta cono arrivati atti di discriminazione nelle attività di tutti i giorni come i rapporti con la banca: “Avevo un conto corrente alla Credem e mi arriva una lettera in cui c’è scritto che non sono cliente accettato. Passo a Generali e dopo un po’ mi arriva la stessa lettera. Alla fine ho dovuto aprire il conto alle Poste. Ti rendi conto che umiliazioni? Con i soldi puliti guadagnati durante la mia carriera da calciatore. Sto vivendo una situazione difficile insieme a mia moglie e ai miei quattro figli”.

Condividi questo contenuto