Di Anna Maria Ventura
Alla fine di agosto il Tirreno calabrese si distende in una calma che non appartiene più alla stagione turistica ma alla memoria.
Dalla Riviera dei Cedri, con Diamante e i suoi murales, Sangineto, Cetraro, fino alle spiagge più ampie di Amantea, ai promontori scoscesi di Pizzo, ai tramonti infuocati di Tropea e Capo Vaticano, fino a Scilla che custodisce il mito e l’incanto, ogni luogo sembra respirare un tempo diverso, sospeso.
Non è più l’estate dei clamori, ma quella dei silenzi, del mare che sussurra un canto antico tra le rocce e le torri aragonesi, del vento che porta con sé la malinconia di un passaggio.
È una stagione che chiama alla contemplazione e viene naturale ricordare le parole di Corrado Alvaro sulla “lontananza” che avvolge ogni cosa del Sud, o i versi di Giusi Verbaro, che sanno trasformare il mare in parola liquida e segreta, custode dell’infanzia e delle radici.
Eppure questa dolcezza non cancella l’eco della cronaca: lo stesso mare che qui invita alla quiete è il mare delle fughe e dei naufragi, mentre più a oriente il Mediterraneo custodisce il dolore di Gaza e, più a nord, l’Europa si misura con le ferite della guerra in Ucraina.
Il contrasto è stridente: la luce dorata di un meriggio tirrenico e la durezza delle notizie che attraversano lo stesso orizzonte. Eppure forse proprio questo contrasto rende più acuta la percezione della bellezza, più necessario il suo racconto, quale antidoto ai mali del mondo. “Quella famosa bellezza che dovrà salvare il mondo”.

La fine dell’estate lungo la costa tirrenica è anche un mosaico culturale: l’oro verde dei cedri di Santa Maria del Cedro, i canti popolari che Otello Profazio ha trasformato in memoria vivente, le tele di Enotrio Pugliese che ha saputo fissare la luce e i colori di questo mare, fino all’arte contemporanea dei murales di Diamante. E se il cinema ha scelto questi luoghi come scenari naturali per racconti intimi e struggenti, è perché qui, più che altrove, il tempo si consegna in forma di visione.
Così, alla fine di agosto, il Tirreno calabrese si offre come uno specchio duplice: riflette la fragilità del tempo che passa e la permanenza dell’eterno. Nel silenzio che scende tra Praia e Scilla, tra le scogliere e i borghi che guardano il mare, si comprende che la bellezza non è un rifugio che esclude, ma un invito ad abitare il mondo con consapevolezza.La fine dell’estate è allora un quadro sospeso, una pellicola che scorre lenta e che il mare, eterno custode, ripete ogni anno con voce nuova.
Ogni borgo e ogni scoglio sono un frammento di narrazione, una tessera di un affresco che unisce mito e attualità, memoria e presente.
E che la fine dell’estate, più che una chiusura, è l’inizio di un dialogo profondo tra la luce che svanisce e la memoria che resta.
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