Francesco Pacienza analizza le criticità della prevenzione nel Cosentino: «Non bastano i droni-show e la propaganda se mancano risorse aeree tempestive, coordinamento di terra e rispetto per il bene comune».
di Francesco Pacienza
C’è un contrasto feroce e doloroso nel guardare la Calabria nei mesi estivi. Da una parte la nitidezza della nostra natura, la vertigine dei boschi che dal Pollino alla Sila abbracciano il Tirreno e lo Jonio; dall’altra, la densità cieca del fumo che inghiotte ettari di biodiversità, trasformando l’ecosistema in una distesa sterile di cenere.
Mentre a livello nazionale assistiamo a scelte politiche discutibili – dal depauperamento progressivo dei fondi destinati ai Parchi e alle Aree Protette, storici presìdi e custodi dei territori, alle spinte deregolamentari del DDL Caccia che rischiano di indebolire le tutele della fauna selvatica -, sul piano locale la narrazione sbatte violentemente contro la realtà dei fatti.
Ci era stato raccontato un futuro d’avanguardia: una flotta tecnologica, la “tolleranza zero”, la sorveglianza dei droni pronti a tracciare ogni focolaio. Eppure, focalizzando lo sguardo sulla provincia di Cosenza e sulla sua fascia settentrionale, il bilancio delle ultime settimane descrive uno scenario completamente diverso. Roghi devastanti hanno mangiato la macchia mediterranea e il patrimonio boschivo, incontrando un sistema di prevenzione che nei fatti non si è dimostrato all’altezza dell’emergenza.
Viene allora da porsi alcune domande cruciali:
I droni sono strumenti straordinari per il monitoraggio. Ma una tecnologia senza una maglia di sorveglianza capillare, costante e integrata si riduce a un palliativo scenografico. Se l’allarme non scatta in tempo utile, se il volo dei velivoli non copre capillarmente i quadranti più vulnerabili o se la “Control Room” non converte tempestivamente l’immagine in azione immediata sul campo, la prevenzione fallisce. La tecnologia serve se anticipa il danno, non se si limita a documentare la distruzione.
Quando l’incendio prende quota, i minuti sono decisivi. Per quale motivo la flotta di Canadair ed elicotteri si è rivelata numericamente insufficiente a contenere il fronte del fuoco fin dalle prime ore? Spegnere un rogo estivo richiede un’architettura logistica impeccabile: risorse aeree congrue, dislocate in punti strategici, e un coordinamento terra-aria privo di colli di bottiglia operativi. Se l’attesa del mezzo aereo si prolunga, il fuoco non perdona.
Assistiamo a un fenomeno tanto singolare quanto sconcertante: immagini e riprese effettuate da alcuni operatori o soccorritori durante i roghi finiscono sui canali social per promuovere pagine personali o di servizio. Documentare l’emergenza è un atto di trasparenza, ma trasformare l’emergenza ambientale in vetrina digitale crea uno scollamento concettuale gravissimo oltre che vietato. L’obiettivo primario sul campo deve rimanere la salvaguardia del bene comune, non il consenso digitale o la spettacolarizzazione del disastro.
La fotografia ci insegna una verità fondamentale: non basta guardare, bisogna saper vedere. Guardare significa registrare un fatto; vedere significa comprenderne le cause, la luce, la composizione e le conseguenze.
Finché la tutela della biodiversità calabrese verrà affrontata con logiche emergenziali, annunci roboanti e interventi d’impatto mediatico ma frammentati sul piano operativo, continueremo a contare i danni.
Ciò di cui la Calabria ha urgente bisogno per il domani non è una vetrina tecnologica discontinua, ma un patto strutturale per il territorio:
- Una maglia di sorveglianza attiva e interconnessa: droni in pattugliamento fisso sui punti critici, integrati con le sentinelle storiche di terra, i lavoratori forestali e i presìdi delle Aree Protette.
- Risorse certe e prontezza di risposta: un piano di spegnimento aereo che non debba rincorrere le fiamme quando ormai hanno raggiunto dimensioni incontrollabili.
- Rispetto istituzionale e culturale per il bene comune: superare la logica dell’immagine fine a se stessa, rimettendo al centro la responsabilità verso la nostra terra.
Restituire dignità al paesaggio calabrese significa proteggerlo prima che bruci. Senza questa consapevolezza, le immagini di oggi saranno solo il preludio di altre ceneri domani.

Vai al contenuto



