La vicenda della 13enne violentata per tre anni a Melito Porto Salvo sembra non trovare fine. Durante la fiaccolata solidale di ieri infatti soltanto 400 cittadini presenti su 14 mila. Sergio Caruso: “Di vergognarsi non si finisce mai”

La tragica vicenda è finita nel mirino dei Carabinieri della compagnia di Melito Porto Salvo nel marzo 2015 che, in seguito a una fitta rete di intercettazioni, sono giunti ai nomi dei nove ragazzi coinvolti. E’ il 2 settembre 2016 quando vengono arrestati con accusa di violenza sessuale di gruppo aggravata, atti sessuali con minorenne, detenzione di materiale pedopornografico, violenza privata, atti persecutori, lesioni personali aggravate e di favoreggiamento personale Giovanni Iamonte (30) Daniele Benedetto (21), entrambi già noti alle forze dell’ordine; Pasquale Principato (22), Michele Nucera (22), Davide Schimizzi (22), Lorenzo Tripodi (21) e Antonio Verduci (22). Mentre il diciottenne G.G., minorenne all’epoca dei fatti, è stato portato in una comunità; Domenico Mario Pitasi, infine è stato raggiunto dalla misura dell’obbligo di presentazione quotidiano alla Pg essendo accusato solo di favoreggiamento personale. La misura cautelare è stata emessa dal gip del Tribunale e del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria.
L’interrogativo che attanaglia i più è come potesse per tre succedere tutto ciò senza che nessuno sapesse. Lapidario l’intervento in proposito di Federico Cafierò De Raho, procuratore capo di Reggio Calabria che a una settimana dall’arresto ha dichiarato: “Questo territorio sconta un ritardo costante. C’è una mancanza di sensibilità. Anche i genitori sono stati omertosi. Tutti sapevano”.
E mentre tutti si domandano se sia stata la “movimentata ragazza a cercarsela” oppure se “qualcuno sapesse” si ci dimentica che una vittima innocente è stata privata della propria giovinezza, incastrata, complice una personalità insicura, da un branco senza scrupoli. A tal proposito interviene Sergio Caruso, Pedagogista Criminologo, Docente Master Criminologia Calabria, Sportello Antiviolenza Radici Paola (CS) che afferma: “Di vergognarsi non si finisce mai”. L’indignazione di Caruso è spinta dalla fiaccolata solidale promossa nella cittadina di Melito Porto Salvo e alla quale, su 14 mila abitanti, hanno preso parte soltanto quattrocento persone. “Se l’è cercata, è una che non sa stare al suo posto”; “sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata”. Queste le parole di alcuni cittadini parlando di una bambina le cui parole dopo la fine dello strazio sono state: “Non avevo più stima in me stessa. Certe volte li lasciavo fare. Se mi opponevo, dicevano che non ero capace. Mi veniva da piangere. Mi sentivo una merda”.
E dopo i silenzi, l’omertà e le assurdità che accompagnano l’agghiacciante episodio prende parola il primo
cittadino di Melito Porto Salvo Giuseppe Meduti che sul servizio di Giusy Utano al Tg3 dichiara: “Certe ricostruzioni uscite sul servizio pubblico ci hanno offesi”. Questo perché nel servizio una concittadina della vittima ha dichiarato: “sono vicina alle famiglie dei figli maschi. Per come si vestono, certe ragazze se la vanno a cercare”.
Dunque carica di colpevolezza la ragazza perchè bella, attraente e socievole. Una continua testimonianza e visione dei fatti che allibisce e sconforta, come dichiarato da Sergio Caruso: “Di vergognarsi non si finisce ..mai ..anche oggi ho

provato sconforto e rabbia ..per queste affermazioni figlie solo dell’ignoranza …e della stupidità più grande dell’infinito diceva Einstein. Qui la mafia non trova riscontro, poiché questa tragedia ha coinvolto tutti purtroppo…ma emerge tutto lo schifo …che si prova quando ancora si pensa che una donna ..perché tale, deve essere a disposizione di tutti …meglio se piccola ..perché poi “si impara” … letale come una pugnalata e’ l’affermazione “se l’è andata a cercare”.
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