Il richiamo storico alla lezione giuslavorista di Gino Giugni: «Il lavoro non è una merce e la dignità della persona viene prima di ogni interesse economico».
Uomini che avevano chiesto ciò che dovrebbe essere normale in un paese civile: un salario dignitoso, il rispetto della propria persona, il riconoscimento dei propri diritti. Uomini che, secondo le ricostruzioni emerse in questi giorni, sarebbero stati vittime di una violenza brutale maturata all’interno di un sistema di sfruttamento che continua a infestare parti del nostro territorio.
Di fronte a tragedie come questa non bastano il cordoglio, l’indignazione del momento o le dichiarazioni di circostanza. È il tempo della responsabilità e delle scelte.
Da segretario dell’Associazione “I Riformisti”, sento il dovere di affermare con chiarezza che la lotta al caporalato, allo sfruttamento del lavoro e a ogni forma di criminalità economica deve tornare ad essere una priorità dell’agenda politica regionale e nazionale.
La storia del riformismo italiano, del socialismo democratico, del cattolicesimo popolare e delle grandi tradizioni democratiche del nostro Paese ci insegna che non esiste libertà senza dignità del lavoro. Non esiste crescita economica senza giustizia sociale. Non esiste sviluppo quando una parte della società è costretta a vivere nella paura, nel ricatto e nell’invisibilità.
C’è una lezione che la storia del riformismo italiano continua a consegnarci. Quando il giuslavorista Gino Giugni contribuì alla scrittura dello Statuto dei Lavoratori, non immaginò una norma per una categoria o per una stagione politica. Immaginò uno strumento capace di affermare un principio semplice e rivoluzionario: il lavoro non è una merce e la dignità della persona viene prima di ogni interesse economico.
A distanza di decenni, quel messaggio conserva una straordinaria attualità. I fatti di Amendolara ci ricordano che i diritti conquistati non sono irreversibili e che ogni generazione è chiamata a difenderli e ad aggiornarli alle sfide del proprio tempo. Lo Statuto dei Lavoratori non rappresenta soltanto una conquista del passato. È un richiamo attuale e moderno alla centralità della persona. Ogni lavoratore, indipendentemente dalla provenienza, dal colore della pelle o dalla condizione sociale, deve poter contare sulla tutela dello Stato e sul rispetto dei propri diritti fondamentali.
Come Riformisti vogliamo raccogliere questa eredità. Non con la nostalgia del passato, ma con la determinazione di tradurre quei valori in azioni concrete. Legalità, tutela del lavoro, giustizia sociale, sviluppo e opportunità devono tornare ad essere le parole chiave di una nuova stagione politica.
Per questo non servono slogan. Servono controlli efficaci, sostegno alle imprese sane, protezione per chi denuncia, investimenti nell’ispettorato del lavoro, collaborazione tra istituzioni, sindacati, associazioni di categoria e forze dell’ordine. Servono politiche capaci di prevenire e non soltanto di intervenire quando è ormai troppo tardi.
L’impegno che assumo alla guida de “I Riformisti” va esattamente in questa direzione.
Vogliamo costruire una politica che affronti i problemi reali delle persone. Una politica che non viva di promesse ma di risultati. Una politica che sappia stare nei territori, ascoltare le comunità, avanzare proposte concrete e verificabili.
Parliamo spesso di innovazione, di sviluppo, di competitività. Tutto questo perde significato se non mettiamo al centro la dignità umana e il valore del lavoro.
La Calabria migliore è quella che non si gira dall’altra parte. È quella che difende la legalità, sostiene chi produce onestamente, combatte ogni forma di sfruttamento e non lascia soli i più deboli.
Da Amendolara deve partire una riflessione profonda, ma soprattutto un’azione concreta.
Come riformisti intendiamo fare la nostra parte. Con serietà. Con spirito di servizio. Con la convinzione che la politica abbia ancora il compito di migliorare la vita delle persone e di trasformare le idee in soluzioni.
È questo il cammino che abbiamo scelto di intraprendere.

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