Il saggista analizza la crisi dell’identità cristiana contro il “politicamente corretto”. Un richiamo al coraggio di dire la verità in un’epoca di menzogna universale.
Piazze sempre più “rosse” e vuote di simboli identitari nazionali e delle nostre tradizioni. Dietro il fenomeno dell’immigrazione con il massiccio arrivo di migliaia di migranti di altre tradizioni e fedi, si assiste all’allontanamento dei giovani dalla nostra storia, dalle nostre tradizioni, dall’essenza della nostra civiltà, intrisa di cristianesimo.
La presunta e comoda, per alcuni, idea della difesa di uno Stato laico che porta, invero, all’esasperazione del concetto di “politicamente corretto”. Il rispetto degli altri non si determina abbandonando le proprie radici o rinunciando a simboli e bandiere ma riconoscendo a tutti e in ogni circostanza lo stesso piano di considerazione. Per questo motivo, negare identità e rappresentazioni del contesto in cui si vive si traduce, paradossalmente, nella smentita di quanto insegnatoci.
Ed invece di dare maggiore considerazione verso i veri problemi si perpetrano azioni che, per aderire ad una presunta correttezza, determinano scelte molto meno aggreganti di quanto vorrebbero apparire. Ed invece di “governare” il fenomeno migratorio per favorire l’integrazione degli immigrati, ne stiamo subendo l’impatto socioculturale. Al “multiculturalismo”, che crea una sorta di “separatismo escludente”, che realizza una semplicistica convivenza tra culture tra di loro impermeabili e non dialoganti, occorrerebbe preferire il “pluralismo” che è, invece, essenziale in una società aperta.
Che mantiene ferme le coordinate culturali e le tradizioni di riferimento di tale società, evitando con ciò di scadere in un relativismo – culturale e filosofico – di tipo radicale, che realizza indifferenza o, peggio, fa perdere o nascondere le proprie radici culturali e storiche. Il modello da seguire sarebbe quello di un pluralismo includente, fondato su di un’interculturalità, ovvero su di un sistema in cui diverse culture convivono, si confrontano, contribuiscono ad individuare valori comuni, e continuano a svilupparli anche in direzioni nuove: l’integrazione richiede il rispetto dei diritti fondamentali ma anche l’osservanza dei doveri, altrettanto fondamentali.
Senza inneggiare e anelare, per come sempre più spesso avviene, anche a culture integraliste che incentivano l’odio e la violenza delle loro componenti. In regime di pluralismo confessionale e culturale, non va dimenticato che questo va valutato sempre in modo relativo senza cioè ignorare il contesto storico-sociale della comunità in cui si vive. Diversamente, si assiste a un’estremizzazione pluralista della laicità stessa con inevitabile deriva concettuale del principio, eccessivamente proteso a cogliere le rivendicazioni dei singoli e, dunque, non più capace di cogliere le esigenze soggettive in una valutazione d’insieme, disconoscendo così le radici culturali, storiche e religiose.
Talvolta ci preoccupiamo talmente tanto di non urtare la sensibilità del destinatario del messaggio che inconsapevolmente ne modifichiamo anche il contenuto. In sostanza, mentiamo. Ricordiamoci quindi di George Orwell: “In tempi di menzogna universale, dire la verità diventa un atto rivoluzionario”. E la Verità Assoluta per un cristiano è Gesù Cristo. In un contesto del genere i cui si rinnega ciò che rappresenta la nostra religione anche per il non credente, ovvero, movimento di radici e simboli culturali, ci stiamo avvicinando alla Settimana Santa. Mi preme dunque augurare Buona Pasqua nel senso del riconoscimento della mia fede e delle mie tradizioni pur sapendo che qualcuno, in ossequio ad un travisato senso di politicamente corretto, si potrebbe offendere.

Vai al contenuto




