Emilia Corea a quasi due mesi dal dramma del 23 luglio: i dubbi sulle manette ai polsi, i soccorsi e la richiesta di risposte per la madre.
Sono passati quarantasei giorni da quel 23 luglio. Era un pomeriggio caldo. Il sole batteva sui palazzi e il cemento restituiva il calore accumulato durante il giorno. Sul selciato dove Mohammed è caduto sono rimasti i fiori che qualcuno ha lasciato per lui. Adesso sono secchi. La città, invece, ha continuato a vivere. I negozi hanno riaperto, la gente è tornata al lavoro. Ma quel pomeriggio non è stato dimenticato. Nel quartiere se ne parla ancora. Mohammed aveva ventisei anni. Sua madre racconta che aveva paura del sangue e dei comportamenti estremi. Racconta di un ragazzo fragile, che non era aggressivo, che temeva le visite a casa e che aveva paura del carabiniere intervenuto quel giorno. E c’è un fatto che porta la vicenda dentro quei pochi secondi: i legali del carabiniere hanno affermato che Mohammed aveva le manette ai polsi, e lo hanno affermato prima ancora dell’esito dell’autopsia. Ed è qui che le domande diventano inevitabili. Che cosa è successo esattamente prima? Quanto tempo è passato dal momento in cui, con le manette ai polsi, è salito sulla ringhiera a quello in cui si è lanciato? Secondi? Meno di un minuto? E in quei secondi qualcuno ha avuto la possibilità di intervenire? C’è poi una domanda ancora più concreta. Se Mohammed non avesse avuto le mani legate, avrebbe potuto reagire durante la caduta? Avrebbe potuto istintivamente portare le mani in avanti? Avrebbe potuto tentare di afferrarsi a qualcosa, proteggersi, cambiare anche di poco la dinamica della caduta? Non è una domanda alla quale si possa rispondere con supposizioni. Servono gli accertamenti, le perizie, la ricostruzione della dinamica. E poi c’è ciò che è accaduto a terra. Sua madre racconta di aver cercato di raggiungere il figlio e di essere stata trattenuta. Il giorno dopo, in ospedale, mi ha mostrato i segni che ha riportato sul collo e sul petto durante la colluttazione con l’agente. Qualcuno li ha fotografati. I soccorsi sono stati chiamati subito? Mohammed poteva essere salvato? Quanto tempo è passato dalla caduta all’arrivo dei soccorsi? C’era ancora qualcosa che si poteva fare? Sono domande che non appartengono soltanto al dolore di una madre. Appartengono alla necessità di ricostruire ciò che è accaduto. Mohammed è stato portato in Tunisia e sepolto accanto a suo padre. Un mese fa, nella moschea di Cosenza, si è svolto il funerale. Pochi familiari. Poi sua madre è tornata a casa. Una casa dove Mohammed non tornerà più. Un carabiniere è stato sospeso dal servizio, eppure si legge su un giornale, non risulta indagato. Ma quarantasei giorni dopo, sul selciato, sono rimasti i fiori secchi. E intorno a quei fiori continua a esserci una domanda. Non una sentenza, una domanda. Che cosa è realmente accaduto in quei pochi secondi? È questo che una parte di questa città continua a chiedersi. E forse c’è un’altra cosa che non dobbiamo dimenticare. Non dobbiamo dimenticarci di Mohammed, ma non dobbiamo nemmeno dimenticarci di quanto facilmente ci stiamo abituando all’orrore. Ci saranno, come sempre, i soliti forcaioli che diranno che ben gli sta, che se l’è cercata, che non c’è niente da capire. Lo faranno prima ancora che siano stati chiariti i fatti, perché una morte può diventare molto facilmente, per qualcuno, soltanto una colpa da attribuire. Il rischio, però, è più grande della cattiveria di qualche commento. È l’assuefazione.
È quello che sta succedendo anche con Gaza. Da mesi vediamo immagini di morte, bambini uccisi, corpi smembrati, famiglie distrutte, persone che cercano i propri cari dopo un’esplosione. Le immagini arrivano ogni giorno. Le guardiamo, ne discutiamo, poi ne arriva un’altra. E un’altra ancora. La morte violenta, ripetuta fino all’infinito, finisce per non farci più impressione. Diventa parte del paesaggio. Quasi normale. Ed è questo che ci deve spaventare. Perché il problema non è soltanto che esista l’orrore. È che possiamo finire per abituarci a guardarlo. Che un uomo morto sul selciato possa diventare una notizia come un’altra. Che un bambino ammazzato a Gaza possa diventare una cifra. Che dietro quei numeri, quelle fotografie, quelle poche righe sui giornali, smettiamo di vedere una persona. Quando ci abituiamo alla morte degli altri, qualcosa cambia anche dentro di noi. Per questo Mohammed chiede, attraverso chi gli è sopravvissuto, che la verità non venga lasciata morire con lui e che gli sia restituita, almeno nella giustizia, la dignità che aveva in vita. Tocca alle istituzioni farla. Accertare ogni responsabilità, ricostruire quei pochi secondi e dire alla sua famiglia e alla città, senza omissioni e senza protezioni, che cosa sia davvero accaduto quel 23 luglio.
Ma c’è anche qualcosa che tocca a noi. Non dimenticare il suo nome! Non abituarci alla sua morte. E non farlo soltanto per Mohammed. Non abituarci alla morte di chi muore per mano dello Stato. Di chi muore durante un arresto, in una caserma, in un carcere, durante un fermo, sotto la custodia di chi aveva il compito di proteggerlo. Non perché ogni morte abbia già un colpevole e nemmeno perché ogni responsabilità sia già stata accertata. Ma perché quando una persona muore mentre è nelle mani dello Stato, la domanda deve essere ancora più forte: che cosa è successo? E non abituarci alla morte violenta degli altri. A nessuna morte. A quella di un ragazzo caduto dalla ringhiera di un terzo piano. A quella di un uomo ucciso per strada. A quella di una donna uccisa dal marito, dal compagno, dall’ex compagno. A quella di un bambino sotto le macerie. A quella di chi muore in guerra, di chi muore in mare, di chi muore in una cella, di chi muore durante un controllo, di chi muore perché qualcuno ha deciso che la sua vita valeva meno. Non dobbiamo trasformare i morti in numeri. Non dobbiamo lasciare che diventino statistiche, titoli, immagini che scorrono sullo schermo e dopo pochi secondi vengano sostituite da altre immagini. Perché dietro ogni numero c’è qualcuno che aveva un nome. C’era una madre. C’era una casa. C’era qualcuno che aspettava quella persona a cena. C’era qualcuno che pensava che il giorno dopo l’avrebbe rivista. E invece non è tornata. La memoria non restituisce i morti. Non cambia quello che è successo. Non salva nessuno. Ma impedisce almeno che una seconda morte avvenga nel silenzio: quella del loro nome, della loro storia, delle domande che la loro morte lascia dietro di sé. Per questo non dobbiamo dimenticare Mohammed. Non dobbiamo abituarci alla sua morte. Non dobbiamo abituarci alla morte di tutti gli altri. Perché l’assuefazione è il momento in cui l’orrore smette di sembrarci orrore. E quando questo accade, il problema non è più soltanto quante persone continuano a morire. È che noi abbiamo imparato a guardarle morire senza più sentirci chiamati in causa.

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