A Cassano all’Ionio succede anche questo: un’interpellanza dettagliata, puntuale, sorretta da riferimenti normativi precisi, viene trasformata – per convenienza politica e sindacale – in un presunto attacco personale. Un classico. Vecchio come il potere.
Eppure, basta leggere, non interpretare. Basta avere l’onestà intellettuale di distinguere tra le persone e gli atti amministrativi. Distinzione che l’interpellanza sulla Polizia Locale fa in modo cristallino: nessuna messa in discussione della dignità professionale del dott. Veneziano Fioravante o del luogotenente Marcello Papasso, ma una critica durissima – e fondata – alle modalità contra legem delle loro nomine.
Il punto non è chi viene nominato. Il punto è come, perché e contro quali regole.
Il problema non è Fioravante o Papasso. Il problema è politico
A Cassano all’Ionio si continua a far finta di non capire. Si alza un polverone, si grida all’attacco personale, si evocano complotti. Tutto pur di non affrontare la questione vera, quella che fa paura perché chiama in causa direttamente il vertice politico dell’Ente.
Mettiamolo subito in chiaro: le professionalità del dott. Fioravante Veneziano e del luogotenente Marcello Papasso non sono in discussione. Nessuno ne mette in dubbio competenze, titoli o dignità professionale.
Il bersaglio dell’interpellanza non sono le persone. Il bersaglio è il metodo. Ed è un metodo politico.
Il Sindaco Gianpaolo Iacobini è stato eletto con un messaggio chiaro: legalità, meritocrazia, discontinuità. Parole ripetute come un mantra in campagna elettorale, brandite come clava morale contro la precedente amministrazione. Un messaggio che ha convinto molti cittadini. Ma oggi quel messaggio si scontra con una realtà diversa: quando si tratta di applicare davvero quei principi, la coerenza evapora.
Le scelte compiute sulla Polizia Locale non rispondono a criteri di merito comparato, anzianità di servizio, rispetto delle graduatorie concorsuali o valorizzazione delle professionalità interne. Rispondono, invece, a una logica politica ben riconoscibile: regolare i conti con il passato e pagare le promesse del presente. Promesse fatte a chi, al momento giusto, ha cambiato campo, ha tradito la vecchia amministrazione e ha garantito sostegno al nuovo corso. In politica si chiamano “transfughi”, ma il termine più corretto resta quello: mercenari.
Il messaggio che passa è devastante: la legge vale per tutti, tranne quando disturba gli equilibri politici e sindacali.
E intanto, chi paga davvero il prezzo di queste scelte sono le professionalità apicali mortificate, demansionate, marginalizzate nonostante anni di servizio, concorsi pubblici vinti e risultati raggiunti. A loro, e a tutto il personale comunale, viene detto implicitamente che il merito non basta. Serve l’allineamento.
L’interpellanza presentata in Consiglio comunale non è una polemica sterile né una battaglia personale. È un atto di controllo democratico che pone una questione semplice e scomoda: il Sindaco governa secondo le regole che ha promesso di difendere o secondo le convenienze politiche del momento?
Non è spoil system. È uso politico dell’amministrazione.
Il RSU diventa dirigente, il sindacato diventa silenzioso
Che poi il soggetto beneficiario dell’incarico sia anche un RSU sindacale rende la vicenda ancora più grave. Non perché il ruolo sindacale sia una colpa, ma perché la legge impone cautele precise. Cautele che il Sindaco ha scelto di ignorare.
E mentre l’Amministrazione forza le regole, i sindacati – CGIL in testa – tacciono o, peggio, attaccano chi chiede chiarezza. Non una parola sulle violazioni, non una domanda sull’incarico del luogotenente, non una presa di distanza istituzionale.
La trasformazione è completa: da difensori dei lavoratori a guardiani degli equilibri politici.
Chi tenta di ridurre tutto a una “questione tecnica” mente sapendo di mentire. Il problema è politico, non tecnico.
Qui non siamo davanti a un errore amministrativo, ma a una scelta politica consapevole, nella quale il Sindaco ha deciso di: sacrificare la coerenza, piegare la legalità, e pagare pegni elettorali.
È il prezzo del potere conquistato con l’aiuto di chi ha tradito ieri per contare oggi.
L’interpellanza non è una polemica. È un atto di accusa politica.
Dice una cosa semplice e devastante: tra ciò che il Sindaco predica e ciò che pratica c’è un abisso.
E se oggi si colpisce chi denuncia, anziché chi viola le regole, è perché la verità fa male. Non al Responsabile di Settore Veneziano Fioravante. Non al Luogotenente Marcello Papasso. Ma a chi, in nome della meritocrazia, ha costruito un sistema che della meritocrazia fa solo propaganda.
L’attacco subito dagli interpellanti – anche sul piano mediatico e sindacale – è il segnale più chiaro che il nervo è stato scoperto.
Quando non si risponde nel merito, si delegittima chi pone la domanda. Quando non si confutano le norme, si grida all’attacco personale.
Ma l’interpellanza resta lì, inchiodata agli atti. E fa paura proprio perché non urla, ma documenta.
La vera domanda non è perché i consiglieri abbiano presentato l’interpellanza. La vera domanda è un’altra:
Perché i sindacati, anziché pretendere il rispetto delle regole, scelgono di coprire chi le viola?
Perché la CGIL difende il proprio RSU anche quando questo significa legittimare un corto circuito istituzionale?
La risposta è scomoda, ma evidente: quando il sindacato smette di essere contro-potere e diventa parte del potere, la legalità diventa un fastidio.
E a Cassano all’Ionio, oggi, il fastidio non è l’illegalità. Il fastidio è chi la denuncia.
I socialisti Cassanesi

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