Il festival di Castrovillari raccontato attraverso le risonanze interiori dello spettatore. Dai paesaggi mentali di “Nuvolario di Elena” al lirismo onirico di “KR70M16 – Naufrago senza nome” sul dramma di Cutro: come la nuova sperimentazione scardina la struttura aristotelica per dialogare con l’inconscio.
Di Giuseppe Femia e Laura Massacra
Il teatro risveglia le coscienze. Il teatro rivitalizza la psiche. Anche quando rappresenta cose tristi, attiva processi e stimola la mente. In questo caso La Primavera dei Teatri (a Castrovillari dal 26 al 31 maggio) risveglia la Calabria, nutre e arricchisce.
Un teatro sperimentale, un teatro soave dove si alternano rappresentazioni amare, a spettacoli ironici. Ma anche e soprattutto un programma ricco di innovazione, un’iniziativa partecipata che spacca la routine con un carattere anticonvenzionale. Il 28, tra i molti altri spettacoli, è andato in scena “Nuvolario di Elena” di Filippo Andreatta, ipnotico, fra il sognante e l’angosciante, dove le nuvole sono rappresentate come entità psichiche oltre che meteorologiche, rispecchiando spesso l’umore e la coscienza, evanescente, sofferente, sottraente o accettante.
Lo sviluppo narrativo di Nuvolario procede verso una crescita della coscienza, che dalla sofferenza passa all’accettazione di non poter controllare e ritenere la pesantezza e la grandezza di sé e del mondo. Alle volte soffriamo per una nuvola, e se lasciassimo andare i nostri giudizi fra le nuvole?
Suggestivo, come una fisarmonica che suona piano piano, questo festival del teatro promuove bellezza e riflessione. Perché la maggior parte delle opere hanno un carattere decisamente onirico.
Come pure “KR70M16 – Naufrago senza nome” di Saverio La Ruina, con Cecilia Foti, Saverio la Ruina e Dario De Luca: una trasposizione trasognante delle anime del naufragio di Cutro, anime delle quali una, errante e senza nome, chiede risposte sulla sua identità in una nella dimensione visionaria e surreale dell’incontro in un cimitero. Un tributo poetico alla migrazione clandestina immerso in una narrazione onirica che sublima la tragedia in una bellezza lacerante.
A ben vedere, i sogni notturni che partorisce la nostra mente appaiono spesso scardinati, quali assi senza chiodi, non hanno uno sviluppo lineare, una suddivisione in tre o quattro atti. Non hanno un set up, un innesco, un motore, una risoluzione. A volte irrompono nell’inconscio rappresentando esclusivamente un evento scatenante quali immagini flash che, come gli ideogrammi egizi, concentrano e sussumono in un simbolo tutta la potenza squassante dell’inconscio. Allo stesso modo i nuovi sperimentalismi teatrali non procedono secondo uno sviluppo drammaturgico lineare e codificato. L’eroe non sempre ha un arco di trasformazione e a volte, come negli incubi, resta cristallizzato in un momento topico che dice tanto altro senza svelare l’invisibile. Tuttavia, pur non rispettando la struttura drammaturgica classica, aristotelica e presente nelle tragedie greche, rispecchiano e scavano profondamente in quella parte profonda dell’inconscio che genera immagini destrutturate e che, successivamente, risuonano potentemente nei recessi psichici.
Le centinaia di persone che escono da uno spettacolo destrutturato, spesso dicono di avere vissuto il tempo della scena come in un sogno, perché laddove la struttura drammaturgica compiuta celebra la narrazione dell’Io, il teatro della decostruzione punta al cuore dell’Es, senza sconti e senza pietà per l’inerme spettatore.
In questa cornice interpretativa, a Primavera dei teatri si può dunque godere di rappresentazioni meno esplicite ma altrettanto fruibili e penetranti perché infinite le decostruzioni e le risonanze psicologiche possibili. Primavera dei teatri è un risveglio dell’anima quando l’anima assetata chiede tutta l’idratazione possibile

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