Di Anna Maria Ventura
“Cicciarelle. Come un romanzo”, di Giuseppe Trebisacce, Jonia Editrice, racconta la vita di una donna del Sud, che ha attraversato il Novecento: una storia fatta di fatica, emigrazione, lavoro nei campi, attese, lutti, dignità e silenzio. Intorno a lei si muove un’intera comunità contadina, raccontata con partecipazione e precisione. È la Calabria della civiltà contadina, che dà ambientazione al romanzo, per restituire dignità e centralità a chi è stato spesso invisibile nella narrazione della storia: le donne, le madri, le contadine del Meridione.

A dare forza al racconto è una scrittura misurata ma intensa, priva di retorica e sorretta da un equilibrio maturo tra partecipazione emotiva e rigore espressivo. Il tono è sobrio, la lingua semplice e curata, mai trascurata. Ogni parola sembra venire da un’esperienza profonda, vissuta, rielaborata con rispetto e discrezione. Il risultato è un’opera che colpisce per autenticità e profondità, capace di commuovere senza sentimentalismi.
Il titolo, “Cicciarelle” è già una dichiarazione affettiva. Racconta una donna semplice, forte, che non si erge mai a protagonista, eppure è sempre centrale. La sua vicenda non ha nulla di eccezionale in apparenza: una vita di lavoro, silenzi, sacrifici,lutti, attaccamento alla famiglia, rispetto degli antichi riti e tradizioni. Ma proprio in quella apparente marginalità si cela la grandezza anonima del numero infinito di donne del Sud, figure che hanno retto il peso della storia senza mai entrarci davvero. Il romanzo restituisce a una di loro il posto che le spetta: al centro della scena.
Chi legge coglie, con discrezione, il sentore di una vicinanza profonda tra autore e personaggio, che attraversa ogni pagina con riserbo . Il riferimento autobiografico alla figura materna non è mai dichiarato apertamente, ma emerge tra le righe, nella tenerezza sobria della narrazione. È una presenza che non chiede di essere nominata, ma che si sente, si intuisce, si riconosce.
Originario di Roseto Capo Spulico, piccolo borgo costiero della Calabria settentrionale, Giuseppe Trebisacce ha sempre coltivato un forte legame con la propria terra. All’Università della Calabria, dove ha insegnato per decenni, si è occupato principalmente di Storia della Pedagogia, indagando i nessi tra educazione, trasmissione culturale e riscatto sociale, con particolare attenzione alla realtà meridionale. La sua lunga attività di ricerca è stata caratterizzata da uno sguardo attento alle forme del sapere popolare, al ruolo dell’educazione nella costruzione dell’identità collettiva e alla memoria come elemento fondativo della cultura. Il romanzo “Cicciarelle”, seppure non sia opera accademica, non si allontana da questi temi: ne è anzi una declinazione narrativa e affettiva, un’estensione letteraria di quell’indagine sul senso del vivere e del tramandare che ha attraversato tutto il suo percorso.
Con questo libro, l’autore si muove su un terreno diverso dai saggi, ma lo fa con delicatezza e precisione, senza sentimentalismi ma con profonda commozione, restituendo voce, corpo e anima a una figura femminile che incarna una generazione intera. Il paese, il dialetto, i gesti quotidiani, le stagioni della fatica e della speranza: tutto viene evocato con pudore, come in un rosario laico di ricordi.
Il romanzo si colloca in un solco letterario più ampio e trasversale, che travalica le scuole e i generi. Non vi si ritrovano tanto i toni forti del verismo o l’impegno civile del neorealismo, quanto piuttosto la compassione lucida della grande letteratura russa ottocentesca, e soprattutto — come nota Dante Maffìa nella postfazione — il senso della misura ereditato dal mondo greco, da Omero, da una civiltà antichissima dove il racconto non è enfasi né sfogo, ma armonia tra parola ed esperienza. Misura, non limite: è questa la cifra che guida la scrittura di Trebisacce, rendendola genuina e fresca, ma mai ingenua o improvvisata.
In “Cicciarelle” si respira l’umiltà epica delle contadine di Tolstoj, o lo struggimento silenzioso dei personaggi di Čechov, che vivono vite minuscole ma essenziali, cariche di destino.
Al contempo, l’opera dialoga con l’antropologia affettiva del Sud: Vito Teti, Leonardo Alario e la scuola etnografica meridionale che ha restituito voce a chi la storia ufficiale ha dimenticato.
Ma “Cicciarelle” ha una voce propria, autentica, che si nutre di queste tradizioni per dire qualcosa di nuovo, di intimo, di profondamente meditato per anni, che finalmente trova l’urgenza di essere comunicato e condiviso.
La Calabria che emerge da queste pagine non è la cartolina oleografica del turismo, né il luogo comune della cronaca nera. È la Calabria della civiltà contadina. È una terra aspra e materna, fatta di fatica, emigrazione, analfabetismo, ma anche di resistenza, solidarietà e radici profonde. Una regione vista dal basso, con lo sguardo delle donne che non avevano tempo per raccontare ma che tutto hanno custodito: riti, lutti, saperi, infanzie, stagioni.
Cicciarelle ha frequentato poco la scuola, ma sa tutto. Sa cavarsela da sola nei frangenti della vita, sa vegliare e tacere, lavorare, pregare, restare. In lei si condensano le virtù umili e titaniche della cultura contadina, oggi così lontana da noi eppure ancora pulsante, come le radici sotto la terra. La sua figura, tratteggiata con rispetto e amore, trascende la dimensione personale per diventare simbolica, universale. Cicciarelle non è solo una donna: è tutte le donne, in particolare quelle del Sud nell’Italia del ’900. E raccontarla è anche un atto politico e culturale, un modo per rimettere al centro chi è stato ai margini.
L’opera attraversa il secolo breve da una prospettiva defilata ma verissima: le due guerre mondiali, l’emigrazione, la povertà endemica, la lenta modernizzazione del Mezzogiorno, il difficile rapporto tra Nord e Sud, tra città e campagna. È una microstoria che illumina la storia grande, come solo i libri autentici sanno fare. E lo fa con un approccio stilistico semplice, ma mai banale; misurato, ma vibrante di emozione. Si sente che ogni parola è stata pensata, sentita, pesata.
In un tempo che sembra aver dimenticato il valore della memoria e della cura, “Cicciarelle” è un libro necessario.
Un libro che restituisce dignità a chi non ha mai avuto voce, ma ha costruito con le proprie mani il nostro presente.
Un libro che commuove senza mai forzare la mano e che lascia il lettore più ricco, più consapevole, certamente più grato.
Con questo romanzo Giuseppe Trebisacce compie un gesto profondo e raro: restituisce dignità letteraria a una figura apparentemente marginale, trasformando una vita comune in una storia emblematica, da ricordare per la sua forza silenziosa e per la capacità di evocare, con misura, una memoria che appartiene a molti. Perché in quelle vite comuni si riflette, con semplicità disarmante, tutta la verità dell’essere umano. E quella bellezza essenziale che non teme il tempo.
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