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Joe Odoardi

Cosenza, intervista all’attore Joe Odoardi: sul set porto sempre le mie radici

Intervista all’attore Joe Odoardi

Come giovane attore, senti una responsabilità nel raccontare storie?

Sì, la sento eccome. Anche un ruolo piccolo può lasciare il segno, se è sincero. Raccontare una storia significa dare voce a qualcosa che può toccare chi ascolta. Cerco sempre di essere vero in quello che porto sul palco. Non importa quanto grande sia il ruolo: anche una battuta, se detta con verità, può arrivare lontano. E io sento forte il bisogno di essere onesto in quello che porto in scena. Non si tratta solo di interpretare un personaggio, ma di farlo vivere davvero. Di renderlo necessario.

L’arte, secondo te, deve prendere posizione?

Credo che l’arte non possa evitare di prendere posizione. Anche quando sembra non farlo, lo sta facendo. L’arte, quando è autentica, riflette uno sguardo sul mondo. Raccontare una storia è già decidere cosa mostrare, cosa mettere sotto la luce e cosa lasciare in ombra. E questa è una forma di scelta, di posizione. Io vorrei che il mio lavoro servisse anche a far sorgere domande, a rompere qualche abitudine nel pensiero.

In un’epoca di polarizzazione, pensi che il teatro e il cinema possano ancora unire le persone?

Sì, credo che possano farlo. Anzi, penso che sia uno dei pochi luoghi rimasti in cui ci si può sedere accanto a qualcuno molto diverso da sé e condividere la stessa emozione. Teatro e cinema magari non risolvono i conflitti, ne cancellano le divisioni, ma sicuro aprono spazi dove è possibile vedere l’altro e riconoscersi anche in chi apparentemente non ci somiglia. Quando uno spettacolo è fatto ti può commuovere o farti sentire bene o metterti a disagio. Queste sensazioni non hanno colore politico, sono umane.

C’è un messaggio politico o sociale che ti piacerebbe trasmettere attraverso un ruolo che sogni di interpretare?

Mi piacerebbe interpretare un personaggio che parla della fragilità. Viviamo in un’epoca che premia la forza, l’immagine, la prestazione, ma la fragilità può essere una forma di resistenza. Mi interessano i personaggi imperfetti, che cadono e si rialzano.

Poi certo, ci sono temi che sento urgenti: la giustizia sociale, la crisi climatica, le disuguaglianze. Ma vorrei incarnarli attraverso un percorso, attraverso un vissuto. Perché quando ti immedesimi in una storia, non la giudichi più da fuori: la vivi. E forse, proprio lì, può nascere qualcosa di nuovo.

Quanto ti influenza il contesto attuale nella scelta dei progetti a cui partecipi?

Mi influenza tantissimo. Non riesco a separare quello che succede nel mondo da quello che scelgo di raccontare, anche se a volte si tratta solo di intuizioni, di sensazioni. Non cerco solo storie giuste in senso morale, ma storie che abbiano un senso anche per me. Dentro a un progetto che ha qualcosa da dire, che prova a scavare un po’ più a fondo.

Joe Odoardi, di recente sei apparso in alcune serie televisive come Emily in Paris o Sandokan. Com’è stato per te, giovane attore consentino, prendere parte a questi progetti?

È stato incredibile. Da Cosenza ai set internazionali è stato un salto enorme. “Emily in Paris” è stata una parentesi curiosa, anche ironica, mi ha insegnato a stare dentro ritmi velocissimi e un’estetica molto precisa. “Sandokan”, invece, mi ha colpito per l’energia e per il respiro avventuroso che ha, ma anche per la possibilità di lavorare con attori di un certo livello.

La cosa più bella? Portare con me un po’ delle mie radici. Ogni volta che arrivo su un set e dico che vengo da Cosenza, c’è sempre qualcuno che sorride e mi chiede: “Ah, Calabria, vero?”. E io rispondo: “Sì, e me la porto addosso, anche qui”.

Joe Odoardi
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