L’indifferenza è un’arma tremendamente efficace, spesso colpisce più della rabbia, del risentimento, delle ingiurie. Ecco perché suona come un pericolosissimo campanello d’allarme lo spirito di rassegnazione che ha pervaso il pubblico del “S.Vito Marulla”, e, eccetto pochi e meritatissimi “andate a lavorare”, ha convinto i più ad abbandonare gli spalti al termine di Cosenza-Racing Fondi senza imprecare, perdere la voce e rovinarsi un tranquillo sabato sera.
Sarà stata l’amara consapevolezza dell’addio ai sogni di gloria, ad una stagione ambiziosa che a questo punto è pressoché utopistico immaginare di risalita verso le posizioni che contano. Il Cosenza ha 11 giocatori nuovi rispetto alla passata stagione ma ieri in campo ce n’erano solamente 3 e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Si palesano gli stessi problemi di allora, così come uguali sono gli interrogativi da porsi. Ma che diavolo ha questa squadra? Perché non riesce mai a imbeccare la strada giusta? Quando troverà continuità, se mai la troverà? Peccava di personalità e carattere ieri, manca di “cazzimma”, orgoglio e amor proprio oggi.
Se non è la grinta il problema, se la risposta è che i valori tecnici sono infimi e giustificano così la mancanza di risultati, allora come si spiega il fenomeno Rende? Basta spostarsi oltre il Campagnano per avere dimostrazione di quanto la fame e la voglia di mettersi in mostra riescano nel calcio a compensare limiti e carenze strutturali. Non sempre vince chi è stato graziato da madre natura con doti tecniche al di sopra della norma, anzi, nel football moderno testa, cuore e corpo contano molto ma molto di più. E allora, soprattutto in una categoria come la serie C, non conta il curriculum, il passato in palcoscenici più prestigiosi, né l’idolatrazione ottenuta tramite l’autoesaltazione in alcuni casi, gli spot elettorali di presunti curatori di immagine e di “sacchetta”, al secolo procuratori sportivi, mental coach o simili in altri.

Chi, o cosa nuoce alla crescita psicologica dei lupi? Quale misterioso male li ha invece relegati allo stato di agnellini? Da un anno a questa parte sono cambiati quattro allenatori ma non i risultati. Ad essere più precisi le performances hanno subito regressioni talvolta imbarazzanti. Se gli interpreti, da intendersi con chi scende in campo, di certe deplorevoli prestazioni sono sempre e comunque gli stessi o quasi come potevano i vari Roselli, De Angelis, Fontana e oggi Braglia compiere il miracolo? I miracoli, per chi ci crede, appartengono ad altri ambiti, di certo non al gioco del calcio. Quando la Danimarca e la Grecia hanno vinto gli europei lo hanno fatto ribaltando i pronostici con la dedizione, il sacrificio, la coesione, lo spirito di gruppo e il fortissimo convincimento di non essere campioni a parole ma di volerlo dimostrare nei fatti.
Se il Cosenza non riesce ancora a dimostrare di essere una squadra, nella vera accezione di termine squadra, i problemi vanno ricercati alla base di un organico composto da elementi che in questo momento sembrano non avere né arte né parte e, come accade in qualsiasi settore, nelle falle dirigenziali e societarie. Oneri e onori di disfatte e vittorie vanno ascritti sempre e comunque al capo, a chi questa giostra la comanda. Per cui, dal primo all’ultimo piano della civiltà piramidale rossoblu sotto il nome di Cosenza Calcio, dal faraone agli schiavi, dalle caste privilegiate fino a quelle definite inferiori nei tempi che furono, urge darsi una svegliata, qui si sta sprofondando. E nessuno, davvero nessuno, vuole assistere alla caduta come fu quella dell’antico Egitto per mano dei persiani.
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