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Curarsi in Calabria: un sogno

Cresce il numero di italiani affetti da cancro che scelgono di andare fuori sede per poter ricevere adeguate cure: si stima la cifra di 800.000 “migranti sanitari” che si spostano prevalentemente dal sud dello stivale per raggiungere i centri di cura del settentrione. Destinazione privilegiata Milano ma mete ricercate pare siano anche il Lazio, l’Emilia-Romagna, la Basilicata, la Sicilia e la Puglia.

Solo nel 2016, si contano 10.400 nuovi casi di cancro in Calabria ed è proprio dalla nostra terra che irrompe l’allarme dell’Associazione italiana di oncologia medica: sono 52.000 i pazienti calabresi che partono alla ricerca della speranza, in sostanza, circa il 37% dei casi in regione.

sala operatoria
sala operatoria

Nel non troppo lontano 2012, sono state 1.999 le ospedalizzazioni per quanto concerne le operazioni chirurgiche fuori dai confini regionali, 1.941 i ricoveri per chemioterapia, pari al 10% circa dei trattamenti medici.

Numeri che destano tensione e che scuotono le riflessioni del Presidente dell’Aiom, dott. Carmine Pinto, come si evince dalle sue dichiarazioni rilasciate nell’ ambito di una conferenza a Milano, in cui lo specialista sostiene “la necessità di operare con celerità per sopperire a questa situazione, anche attraverso la progettazione della Rete oncologica della Calabria e dei Percorsi diagnostici terapeutici assistenziali”.

Pinto esprime la volontà di “collaborare con le istituzioni per risolvere quanto prima questa situazione che ha un impatto negativo sulla qualità delle cure. La riorganizzazione dell’offerta attraverso la Rete porterà anche risparmi per il sistema e una razionalizzazione sostanziale delle risorse. Il divario nella qualità dell’assistenza rispetto alle altre regioni riflette la scarsa fiducia dei cittadini calabresi nei servizi locali. Il recupero della cosiddetta mobilità passiva richiede rafforzamento degli organici, implementazione dei programmi di screening, investimenti strutturali e tecnologici, e facilità di accesso alle prestazioni con abbattimento delle liste di attesa. La Rete dovrà prevedere anche una suddivisione dei ricoveri per intensità di cura, perché oggi gran parte della mobilità riguarda casi di bassa e media complessità”.

Il commissario alla Sanità regionale (Dca n.10 del 2 aprile 2015) ha, infatti, previsto l’istituzione della Rete oncologica regionale, definendo alcune misure urgenti.

Altrettanto determinate le affermazioni del dott. Vito Barbieri, coordinatore Aiom Calabria e dirigente medico presso il reparto di Oncologia dell’ azienda ospedaliera-universitaria Mater Domini di Catanzaro, che ha spiegato come “l’attuale dotazione di strutture risulti non adeguata rispetto alle esigenze assistenziali della regione, per cui è stata programmata una rimodulazione del numero dei posti letto di Oncologia medica che oggi sono 163, 72 di degenza ordinaria e 91 di Day hospital. Un provvedimento del commissario stabilisce di privilegiare modalità di assistenza differenti, cioè Day hospital e soprattutto prestazioni terapeutiche ambulatoriali, con riduzione dell’uso del ricovero ordinario. La riconversione dovrebbe generare un’offerta complessiva di 139 posti letto, di cui 57 ordinari e 82 in Day hospital”.

Barbieri considera le motivazioni per cui i pazienti calabresi decidono di farsi curare fuori regione: “la ricerca dell’ efficienza clinica, di un servizio pubblico più orientato alle esigenze del malato, e di una migliore comunicazione medico-paziente”.

“La rimodulazione della quantità e qualità dell’ offerta-spiega, il coordinatore Aiom Calabria implica, soprattutto, come indicato nel provvedimento del commissario, l’ incremento del numero di interventi di chirurgia oncologica.

“All’interno della Rete -ricomincia Pinto- possono essere identificati diversi livelli di erogazione delle prestazioni. E’ quindi essenziale favorire l’accesso all’assistenza appropriata in strutture che si identificano come nodi della rete oncologica, e definire le modalità di integrazione tra offerta ospedaliera e risorse assistenziali di livello territoriale. In questo contesto assumono un ruolo importante i medici di famiglia e le Unità complesse di cure.

“Finora ha dominato la sfiducia nei servizi regionali – riprende Barbieri – a causa di un’offerta mal proporzionata alle esigenze della popolazione, con organici totalmente inadeguati in alcune realtà. Non va sottovalutata anche la complessità del territorio, che obbliga a portare i servizi oncologici in zone spesso disperse e poco popolate. E’ urgente intervenire quanto prima – segnala il medico specialista – e chiediamo la costituzione di un’autorità centrale regionale con funzioni di coordinamento della Rete già deliberata, in grado di governare i collegamenti tra le diverse strutture e di pianificare l’uso delle risorse, realizzando con tempistiche serrate tutti gli step che portino alla disponibilità e massima fruizione, da parte della popolazione, della Rete oncologica”.

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